Cerro dovrà sborsare 1,6 milioni di euro per la sua piscina

Se ne parlerà nell'assemblea pubblica il 30 gennaio alle h 21 in sala consiglio

CERRO MAGGIORE  – “Un milione e seicento mila euro per pagare una piscina già nostra. Se ne parla in Comune il 30 gennaio” Così l’assessore Cerrese Matteo Bocca sull’impianto natatorio di via Boccaccio.

Come hanno ricordato esponenti delle passate amministrazioni, il progetto di finanza della nuova piscina di via Boccaccio nasce dalla volontà politica di allora di risolvere un problema: riaprire un impianto rimasto chiuso a causa di lavori non conclusi. 
Purtroppo quella possibile soluzione si sta trasformando in una voragine ancor più grande, difficile e costosissima da gestire.
Oggi sarebbe facile cercare cause o colpevoli in un progetto di finanza ritoccato troppe volte e con modalità che oggi si  manifestano sbagliare o non confacenti”.


“Altrettanto facile sarebbe diffondere notizie di possibili chiusure o cambiamenti radicali della gestione.
Ma noi, al momento, cerchiamo solo di informare tutti i cittadini sui possibili risvolti futuri, positivi o negativi, e sulle prospettive inerenti la gestione”.


“Proprio il lunedì appena trascorso, il 21 gennaio, abbiamo incontrato i delegati di NAM (nuoto alto milanese) informandoli che il Credito Sportivo vuole, entro e non il 13 marzo, un milione e seicentomila euro, da loro o dal Comune, garante fideiussore in solido.  Una simile cifra fa arrossire pensando al principio ispiratore del progetto: avere un impianto natatorio completo a costo zero per il nostro Comune”


“Certamente in questo momento stiamo analizzando le differenti problematiche e le soluzioni possibili, proprio per questo abbiano deciso di convocare un’assemblea pubblica il 30 gennaio alle h 21 in sala consiglio per rendere edotti i cittadini e gli utenti della faccenda e capire con loro anche a quali disagi potrebbero andare incontro”.


“Una cosa sin da ora é sicura: che il 13 marzo non potrà essere un giorno qualsiasi, semplicemente perché potremmo dover pagare la cifra di 1 milione e seicentomila euro per un bene che avrebbe dovuto arrivare alla comunità gratuitamente”