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“Chi pensa di avere un figlio campione, è pregato di portarlo in altre società” foto

Conferenza sui genitori invadenti che difendono troppo i figli nello sport, con ospiti d'eccezione

CASTELLANZA – Il mestiere del genitore è da sempre considerato il più difficile, soprattutto dopo i repentini cambiamenti maturati negli ultimi decenni, ben più veloci e radicali rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Quello però cui stiamo assistendo oggi è un mutamento dei costumi che porta i genitori, padri e madri indistintamente, ad intervenire drasticamente nella vita quotidiana dei figli, senza insegnargli il rispetto verso l’altro, senza educarli a quella sana reverenza verso l’insegnante, l’allenatore, l’arbitro.

Questo sfocia spesso in atteggiamenti violenti, con i genitori che si rendono ripetutamente protagonisti di risse alle partite dei figli, insultano arbitri ritenuti incompetenti, avversari giudicati degli inetti, allenatori colpevoli solo di non schierare il figlio perché, detto chiaramente, magari non è nemmeno molto bravo.

Questo il tema della serata organizzata presso la biblioteca di Castellanza dall’associazione culturale Il Prisma del presidente Mazzucchelli, dal titolo “Chi pensa di avere un figlio campione, è pregato di portarlo in altre società”. Ospiti, oltre al relatore Giuseppe Sciascia, redattore basket de La Prealpina, il presidente della Castellanzese Alberto Affetti, insieme al Direttore Tecnico Salvatore Asmini, poi ancora Gianni Consolini, ex allenatore di basket a Cantù e presidente della Lega Basket fra il 1977 e il 1979, e Carlo Recalcati, ex cestista e allenatore della Nazionale, con la quale ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene 2004.

Il problema esiste, nel calcio come negli altri sport, ovunque ci sia un settore giovanile – esordisce Alberto Affetti, senza peli sulla lingua – Problema ovviamente che riguarda non i ragazzi, ma i loro genitori, che non capiscono quanto lo sport sia importante per la crescita personale dei loro figli. Purtroppo c’è lo stereotipo del campione, e ogni genitore pensa di spingere il proprio figlio fino alla Serie A, ma così si perdono i veri valori, che sono il socializzare, il divertirsi, faticare e ottenere qualcosa con il sacrificio

Per ottenere qualcosa ci vuole tempo – prosegue Affettimentre oggi non si insegna più ai figli ad aspettare né a lavorare per raggiungere i traguardi prefissati. Purtroppo questo sta diventando un costume di massa e non è un problema limitato solo a qualche caso isolato. Ogni genitore pensa di avere un figlio campione, ma non è così, perché gioca chi si allena, chi si impegna e chi lo merita, può anche capitare di non essere all’altezza e bisogna accettarlo, continuando a giocare per divertirsi

Oggi sono le stesse maestre alle elementari che consentono agli alunni di dare loro del tu, ai miei tempi non era così, io ancora oggi mi rivolgo con il “lei” al mio vecchio allenatore, per rispetto verso la sua figura, pur conoscendolo da decenni. Abbiamo perso questo senso dell’educazione, questa troppa confidenza sta sfuggendo di mano, tenere le distanze e avere dei formalismi nei rapporti era, e ritengo che lo sarebbe tutt’ora, fondamentale per la crescita. Possiamo mettere qualunque regola nello sport, ma se non parte tutto dalle famiglie, è difficile poi cambiare i ragazzi che replicano ovviamente l’esempio dei genitori

Mi è capitato addirittura un padre che si è proposto come sponsor pur di far giocare il figlio che, per motivi tecnici, giocava poco. Così facendo stava soltanto rovinando il ragazzo, lo prendeva in giro, perché non giocava in quanto non all’altezza dei suoi compagni, e avrebbe dovuto accettarlo. Ovviamente gli ho risposto che se il figlio voleva giocare di più si sarebbe dovuto cercare un’altra società

Ogni genitore in famiglia cerca di educare i propri figli seguendo una propria metodologia, ma poi spesso al campo padri e madri si trasformano, dando il peggior esempio di loro stessi – è il turno di Asmini, anche lui subito dritto al nocciolo della questione – Non capiscono che, soprattutto all’inizio, quando i figli sono ancora dei bambini, lo scopo principale dello sport è quello di divertirsi. Invece loro vedono nei figli dei Bancomat, pensano già di programmargli la carriera fino al grande balzo in Serie A o in Serie B, ma in realtà quelli che ce la fanno sono davvero pochi

A volte penso che i genitori durante le partite dei figli dovrebbero andare altrove, trovarsi un’altra occupazione, perché mettono troppe pressioni nei figli, li trattano male se non hanno giocato secondo le aspettative, oppure insultano gli avversari, gli arbitri, i dirigenti, i genitori degli altri bambini. Se il loro figlio non gioca è colpa dell’allenatore che è uno stupido e gli preferisce qualcun altro che è sicuramente un raccomandato, così ragionano. Vedo spesso dei bambini umiliati dai genitori, gli dicono che sono scarsi, mentre invece i piccoli andrebbero trattati tutti nello stesso modo, è anzi incoraggiando il meno talentuoso che lo si fa sentire apprezzato, parte del gruppo, e si riesce a farlo crescere e migliorare

Non è però un problema relativo solo ai bambini, purtroppo vedo anche dei genitori delle prime squadre ad osannare costantemente i propri figli, ma se un ragazzo a 29 anni gioca in promozione, è difficile che l’anno dopo venga convocato in Nazionale. Addirittura genitori di allenatori che credono i propri figli dei nuovi Mourinho, ne vedo di tutti i colori. Se possiamo fare qualcosa sui più piccoli – conclude Asmini – non possiamo nulla per i ragazzi già più grandicelli, è l’educazione ricevuta in famiglia a fare la differenza. Se un ragazzo oggi arriva all’allenamento e non mi saluta, posso anche farglielo notare, ma domani non mi saluterà ugualmente, perché è abituato così. Lo sport deve essere visto come una cosa sana, e per questo abbiamo bisogno anche al suo interno di persone meravigliose. Io ho avuto la fortuna di lavorare con Cesare Maldini, Favini, Vatta, Garrone, questa sera abbiamo qui Consolini e Recalcati, fanno parte di una generazione d’oro, con dei valori, ma sono persone che non sono più sostituibili, e questo deve farci riflettere sul futuro

Genitori e nonni oggi sono tutti degli apostoli del sì – afferma Gianni Consolininon sanno più dire di no ai figli, perché non si sanno più assumere la responsabilità del ruolo di genitore, che costa fatica, ma è necessario se si vuole crescere una generazione educata e rispettosa. Dicendo sempre di sì non si crescono uomini e donne, ma bambini che non accettano più le delusioni. Nello sport i genitori devono far capire ai figli che l’importante è essere educati, rispettare il prossimo, poi chissenefrega se sai fare canestro o tirare in porta, quello deve venire sempre dopo

Lo sport esalta il Noi, è sempre stato così, mentre oggi siamo nell’era dell’Io, l’egoismo è ovunque, la visibilità è la cosa principale, e i ragazzini si sentono bravi solo perché glielo hanno detto mamma e papà, quindi se l’allenatore lo tiene in panchina è ritenuto automaticamente uno stupido. Una volta c’erano sacrifici, io trovavo anche un lavoro ai ragazzi che portavo a Cantù a giocare, faticavano, si allenavano, lottavano per emergere, e alla fine era una grande soddisfazione per tutti quando riuscivano a conquistare i propri obiettivi. Bisogna recuperare la gioia della fatica, dell’ottenere qualcosa con il proprio sudore e i genitori devono capire che questo è fondamentale e i figli non vanno sempre difesi, devono imparare a soffrire e ad accettare le sconfitte, perché il successo va meritato

Intervento finale per Carlo Recalcati, molto amico di Consolini, oltre che suo ex giocatore: “Quando mi hanno proposto di trasferirmi a Cantù per giocare avevo 17 anni, mia mamma si oppose, non voleva, poi riuscimmo a convincerla, ma a fatica, e quello era un atteggiamento normale da parte dei genitori dell’epoca. Oggi invece padri e madri di figli mediocri li propongono alle varie società spacciandoli per campioni, e si arrabbiano quando non vengono scelti. Questa è una mancanza di rispetto, non si insegna ai ragazzi la meritocrazia e non gli si insegna a rispettare le autorità, insegnanti, allenatori, maestri. Forse un tempo era esagerato, ma oggi abbiamo passato il segno in senso opposto, oggi tutto è lecito e non c’è più rispetto per nessuno. A 13 anni c’è il 50% degli abbandoni nel mondo del basket. Perché? Perché i ragazzi crescono e cominciano a capire che la loro strada è un’altra, quindi hanno il coraggio di cambiare, mentre prima erano obbligati a giocare dai genitori, e non c’è cosa peggiore. Giusto indirizzare i figli verso lo sport, ma devono essere loro a decidere quale. La soluzione? Educare al rispetto, ma tutto parte dalla famiglia, dall’esempio dei genitori

Quindi si riuscirà mai ad uscire da questo labirinto? Dalle parole dei protagonisti di questa interessante serata sembra essere molto difficile, vivono sulla loro pelle quotidianamente l’invasione di campo di genitori troppo amici dei figli, incapaci quindi di prendere il volo da soli, di sapersi gestire in autonomia. Ma come potrà essere questa generazione quando sarà adulta? I bambini di oggi, quando diventeranno genitori, dopo essere cresciuti circondati da “apostoli del sì”, come si comporteranno con i loro figli? Il quadro attualmente è buio, c’è solo da sperare in una drastica inversione di marcia, magari con l’aiuto di una scuola che però perde via via di autorevolezza, con gli insegnanti purtroppo frequentemente trattati come gli allenatori, ovvero senza rispetto.