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“Nel cuore dello sport”, Fabrizio J. Fustinoni incontra Andrea Devicenzi

Secondo appuntamento con lo scrittore legnanese Fabrizio J. Fustinoni, per conoscere il lato più umano dello sport

LEGNANO – Dopo Elena Ventura, per la seconda puntata di “Nel cuore dello sport“, lo scrittore legnanese Fabrizio J. Fustinoni accompagna i lettori di Sport Legnano a conoscere la storia di Andrea Devicenzi (nella foto in alto di Marco Bardella).

Un’altra storia emozionante, oltre l’agonismo e la competizione, che ci porta alla scoperta di un pianeta privato fatto di esperienze spesso drammatiche e dolorose che sono state affrontate e superate proprio attraverso il potere e la forza d’animo che solo lo sport può regalare, e che ci porterà a scoprire il lato più intimo dello sport preferito dei personaggi che ogni mese incontreremo: la Vita.

 


 

NEL CUORE DELLO SPORT” oggi ha il piacere e l’onore di conoscere Andrea Devicenzi, vincitore il 12 ottobre del prestigioso premio “Enrico Toti”. Piacere, perché Andrea è una persona assolutamente disponibile e coinvolgente; onore, perché la sua esperienza è un vero insegnamento di vita e la dimostrazione che spesso i limiti sono solo il frutto di una storpiata convinzione personale. Andrea ha vissuto parte della sua vita con due gambe per poi ritrovarsi ad affrontare la sua esistenza con un arto in meno. Questo “limite” ha costruito una nuova persona ed oggi Andrea è un esempio pubblico di come lo sport parta innanzitutto dal cuore. Lasciamo che sia lui stesso a raccontarci la sua straordinaria storia.

Andrea Devicenzi

(foto Marco Bardella)

 

Andrea, leggere la tua storia e le sfide sportive sul tuo sito (www.andreadevicenzi.it ndr), peraltro vinte, entusiasmerebbe chiunque! Confesso che ti immagino un supereroe invincibile, eppure penso non sia stato facile per te. Ti va di spiegarci quali sono stati i fatti salienti della tua vita che ti hanno cambiato prospettive, visioni e scelte?

“Certo, Fabrizio. Ho vissuto i miei primi diciassette anni di vita come ogni adolescente poi, in un attimo, la sera del 28 agosto 1990, tutto finì. In sella alla mia moto mi scontrai con una macchina che sopraggiungeva in senso contrario. Mi svegliai il giorno dopo con una gamba in meno e tutta la mia vita da ricostruire. Erano tanti i limiti nuovi, soprattutto quelli che le persone attorno a me, anche inconsapevolmente, mi instillavano nella testa. Tutto era diventato impossibile. Dopo sei mesi di ospedale tornai nella società sportiva in cui prima mi allenavo, scoprendo che grazie alla canoa potevo ancora fare qualcosa. Ripresi gli studi a settembre e, una volta terminati, iniziai a lavorare. Per dimostrare a me stesso che potevo ancora raggiungere nella vita traguardi importanti e che la parola IMPOSSIBILE si poteva abbattere, rifiutai per scelta ogni lavoro da “diversamente abile”, a cui io davo una lettura di sussidio e non di opportunità. Da operaio di una azienda siderurgica raggiunsi il livello di capo produzione, dimostrando in primis a me stesso che la mancanza di una gamba era un dettaglio trascurabile. Ho poi studiato musica – chitarra e sassofono – imparando il potere della costanza e il valore aggiunto che produce la passione.”

Andrea Devicenzi

(foto Marco Bardella)

 

Spiegami qualcosa di più della tua passione sportiva, i nostri lettori sono curiosi quanto me.

Pratico sport dall’età di cinque anni, atletica e calcio fino al famoso incidente motociclistico, approdando e praticando poi canoa per oltre quindici anni, sul Grande Fiume Po. Nel 2007, in vacanza con la famiglia a Cesenatico – terra del mio grande mito Marco Pantani – decido di rimettermi in piena forma, di perdere molti chili del mio peso e di cercare nuove sfide. In poco tempo alzo l’asticella degli obiettivi in sella alla mia bici, e solamente due anni e mezzo dopo mi ritrovo a scalare il Kardlung La, la vetta transitabile più alta del pianeta a quota 5.602 metri, come primo sportivo amputato al mondo. È un viaggio che mi apre gli occhi e la mente, indicandomi un nuovo percorso di vita di cui ero alla ricerca da tempo: la formazione e crescita personale. Ritorno sui libri, ricomincio a studiare e intraprendo tutti i passi per diventare Mental Coach e Formatore Esperienziale, mia attuale occupazione.

Andrea Devicenzi

Mi viene spontanea, allora, una domanda: come hai utilizzato lo sport e la nuova mentalità per trasformare la tua esperienza di Vita? Questa rubrica si intitola “Nel cuore dello sport”: per favore, facci entrare nel cuore di uno sportivo speciale come te…

“Nel cuore dello sport”… due parole che quella notte del 1990 risuonarono all’unisono. Mentre i medici stavano cercando di salvarmi la gamba, il mio cuore si fermò per cinquanta secondi e poi riprese a battere. Fu indubbiamente grazie alla mia forza, alla resistenza e alla prestanza fisica costruita allenamento dopo allenamento negli anni precedenti che superai lo stop del mio cuore e tornai in vita. Lo sport è parte della mia vita, oggi è il mio doping naturale senza il quale non provo soddisfazione. Sono passato dal calcio all’atletica, dalla canoa al triathlon e dal ciclismo al Kayak Olimpico, sempre per il benessere fisico e psichico che mi procura, per scoprire il mondo con obiettivi da atleta e con occhi da bambino. Spesso si descrive lo sport come metafora di Vita, ed è vero. Lo sport insegna a misurarsi con le altre persone; insegna la costanza, l’impegno, la disciplina. Nella vita come nello sport può accadere anche di perdere, però sempre con lealtà e capendo in cosa poter migliorare. Sono estremamente convinto che lo sport mi abbia tenuto lontano da brutti vizi, brutte abitudini, brutti pensieri che non mi avrebbero dato la possibilità di “saltare il muro” e riprendermi la vita che volevo e desideravo.”

Andrea Devicenzi

(foto Nunuu Coleman)

 

Parliamoci chiaro, Andrea. Sicuramente hai avuto (e hai) qualche momento di sconforto, come tutti. Hai dei suggerimenti pratici da offrirci per affrontarli con la giusta mentalità?

Sai, Fabrizio, mi capita spesso durante i miei incontri professionali che svolgo in ogni parte d’Italia di sentirmi dire “Tu Andrea hai sempre raggiunto i tuoi obiettivi”. A questa frase io sorrido ogni volta perché so cosa rispondere e come lasciare senza parole chi la pensa così, menzionando tutti i fallimenti – o meglio: gli obiettivi – non raggiunti nella mia vita. Gli obiettivi sono stati uno dei miei primi strumenti che, in modo inconscio, misi in atto da giovane per “saltare il muro”. Tuttora mi piace svegliarmi la mattina e vivere l’intera giornata con qualcosa di programmato che mi guidi per giorni e mesi, fino al raggiungimento di qualcosa. Mi piace analizzare, sia nel lavoro che nello sport, tutti i particolari su cui posso lavorare per migliorarmi ogni giorno. Interfacciando come coach con tante persone, mi accorgo sempre di più che il termine “obiettivo” viene spesso dato per scontato ma che nella realtà non si conosce perfettamente il significato di questa parola. Spesso viene scambiata con un sogno o un desiderio, mentre invece “l’obiettivo ben formulato”, per essere tale, ha bisogno di determinate specifiche che possono fare la differenza, se seguite alla lettera. Posso parlare della mia esperienza personale e di quella acquisita come coach per dirti che tutto si può sintetizzare con una sola parola: FARE. Concentriamoci sui singoli gesti, sulle piccole azioni, perché sono questi che ci guidano verso la nostra meta. Aspettare gli altri può portare a grosse delusioni, così come lamentarsi di ciò che manca o non ci viene dato. Bisogna FARE.

Andrea Devicenzi

(foto Nunuu Coleman)

 

Non sai quanto è utile ciò che hai appena detto… Dalla tua risposta mi pare di vedere un Andrea PRIMA – quando avevi “solo” due gambe e una manciata di entusiasmo – e un Andrea DOPO – con un arto in meno ma con la costruzione sempre in divenire di una esistenza al limite dell’incredibile. Voglio chiederti: come sta Andrea OGGI? Quali sono i tuoi progetti attuali e, soprattutto, quali i sogni del futuro?

Ti rispondo così, Fabrizio: oggi Andrea è soddisfatto di quello che ha già fatto e di ciò che sogna per il suo futuro. In ambito lavorativo oggi ho trovato una alternativa che mi soddisfa molto – la Formazione Esperienziale per le aziende – in cui ho riunito l’amore per lo sport, la crescita personale, la formazione, la natura e l’aria aperta. Quando lavoravo in azienda siderurgica, fino a qualche anno fa, sembrava impossibile cambiare il mio futuro, come se tutto fosse già deciso. Ho studiato per anni molti libri sull’imprenditoria, cercando di carpire come pensavano, vivevano o si muovevano i veri uomini di successo e compresi che anche io, superati i quarant’anni, potevo comunque riuscire a crearmi una seconda possibilità e, proprio lo scorso anno, ho fondato la mia società che si chiama La DueDue. Per circa sette anni ho lavorato ad un progetto legato alla disabilità, per realizzare e produrre stampelle di alta gamma in modo da migliorare la salute e la sicurezza delle persone che ne fanno uso, e ci sono riuscito.

Andrea Devicenzi

(foto Nunuu Coleman)

 

E con lo sport, Andrea? Resta la curiosità di conoscere i tuoi nuovi obiettivi anche in questo campo…

In ambito sportivo, dopo ciclismo, triathlon e canoa, mi sto dedicando al Kayak Olimpico e tenterò di qualificarmi il prossimo anno alle Paraolimpiadi di Tokyo 2020. So che è un obiettivo ambiziosissimo ma io ci credo e darò, come sempre, il 100%!

 

Dopo un’intervista del genere mi verrebbe da concludere con il classico “Niente scuse” ma è uno slogan già usato e abusato troppe volte. Allora scriverò soltanto che Andrea Devicenzi ha trasformato un limite in un valore aggiunto.

Permettimi di dirti, Andrea, che per me il tuo “qualcosa in più” è “una gamba in meno”. Sei un esempio che personalmente mi aiuterà nei momenti di difficoltà e mi auguro che anche i nostri lettori possano trarre beneficio dal cuore che batte nella tua vita e nel tuo sport.

FJF

Andrea Devicenzi

(foto Nunuu Coleman)