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Le rubriche di SportLegnano it - Nel cuore dello sport

“Nel cuore dello sport”, Fabrizio J. Fustinoni intervista Elena Ventura

Parte una nuova rubrica curata dallo scrittore legnanese Fabrizio J. Fustinoni, che ci farà conoscere il lato più umano dello sport

LEGNANO – Come annunciato qualche settimana fa, su Sport Legnano inizia da oggi una nuova rubrica, curata dallo scrittore legnanese Fabrizio J. Fustinoni. Insieme a lui affronteremo il lato più umano dello sport.

Oltre l’agonismo e la competizione, a dispetto di un risultato o della classifica finale a cui ogni atleta aspira, esiste un pianeta privato fatto di esperienze spesso drammatiche e dolorose che sono state affrontate e superate proprio attraverso il potere e la forza d’animo che solo lo sport può regalare.

Lasciamoci pertanto emozionare dalle storie che ogni mese conosceremo, dagli uomini e dalle donne che, mettendosi a nudo per noi, ci faranno scoprire il lato più intimo del loro sport preferito: la Vita.

 


 

Inauguriamo la nuova rubrica “Nel cuore dello sport” con la storia di una ragazza che conosco personalmente: Elena Ventura.

Ex professionista di nuoto sincronizzato (gareggiava per la Busto Nuoto), il suo vissuto mi ha spesso fatto riflettere sulla fragilità umana e, come contro altare, anche sulla forza d’animo che riusciamo a trarre fuori da noi stessi quando vogliamo migliorarci e tornare a vivere nel senso più pieno del termine. Lasciamo però che sia lei a descriversi e a parlare della sua vita sportiva e della battaglia, vinta, contro l’anoressia.

Sono davvero contento, Elena, di “battezzare” questa nuova rubrica con te. Ti conosco, so cosa hai affrontato e soprattutto ho già avuto modo di apprezzare la tua estrema sensibilità emotiva e artistica. È giusto, quindi, che un numero maggiore di persone possano trarre beneficio dalla tua storia. Parlaci un po’ di te…

Il piacere è mio, Fabrizio. Mi chiamo Elena, ho 24 anni e sono nata ad Arona il 15 luglio. Anzi, siamo nate il 15 luglio: ho una sorella gemella di nome Alice! Ho trascorso un’infanzia felice, sempre a contatto con la natura, giocando spesso con mia sorella. Mi piaceva andare a scuola e amavo il posto in cui vivevo perché mi bastava percorrere duecento metri a piedi per poter vedere il lago e stare bene. Ho sempre sentito questa forte attrazione per l’acqua; passavo le ore a sguazzare ma, soprattutto, a nuotare sotto la superficie. L’assenza di respiro e di gravità fermava il tempo e mi portava in un mondo tutto mio. All’età di 7 anni i miei genitori chiesero a me e a mia sorella se ci sarebbe piaciuto fare uno sport che al tempo mi era sconosciuto: nuoto sincronizzato. Appena mi spiegarono di cosa si trattasse non esitai a rispondere in coro con mia sorella Alice “Sì!”. Da lì iniziò una vera e propria storia d’amore.

Fabrizio J. Fustinoni intervista Elena Ventura

Elena pronta per una gara

 

Mi affascina questo amore smisurato per l’acqua, per il nuoto, perché ad essere totalmente onesto io sono proprio una frana con gli sport acquatici! Te la senti di spiegarci qualcosa di più di questa disciplina sportiva?

Volentieri. Il nuoto sincronizzato è uno sport completo. Spesso si dice che lo sia il nuoto normale ma, effettivamente, il sincronizzato riesce a toccare e sviluppare tutte le parti del corpo. Non solo: apre la mente e lo spirito. Si può definire la fusione di nuoto, danza, apnea, acrobatica e volendo anche teatro. Ci allenavamo 3/4 ore al giorno, 6 giorni la settimana. D’estate arrivavamo a 8 ore al giorno, 4 la mattina e 4 il pomeriggio. Gareggiavamo a livello nazionale in una delle squadre più forti d’Italia [la Busto Nuoto, ndr]. Dedicavamo ore di palestra col preparatore atletico, con un allenamento specifico polmonare per le sessioni in apnea. Poi vi erano altre ore settimanali con una insegnante di ginnastica ritmica. Nuotavamo almeno 2 chilometri ogni giorno, in vasca. Ovviamente poi vi erano anche gli esercizi specifici in acqua, con tanto di pesi attaccati al corpo! Si ripetevano gli esercizi fino allo sfinimento: la perfezione doveva essere raggiunta non solo a livello personale ma come squadra. Dovevamo essere un corpo unico.

Fabrizio J. Fustinoni intervista Elena Ventura

Elena con la sua squadra, il Busto Nuoto

 

Posso solo immaginare l’estremo impegno e la fatica, sono stanco già nel sentirti descrivere tutto questo lavoro sportivo! Però ne parli con amore, con entusiasmo, è corretto Elena? Mi piacerebbe capire dalle tue parole cosa è accaduto poi, quando questa “storia d’amore” – come l’hai definita tu stessa – si è interrotta…

È vero che la mia vita era sacrificio, scuola – allenamento – casa, ma amavo quello che facevo. Ero un’atleta e ne andavo fiera. [Elena ha gareggiato dall’età di 10 fino a 18 anni, ndr]. Poi, però, a 17 anni qualcosa si ruppe nella mia mente. Forse non ero così forte come credevo, forse non mi ero mai conosciuta davvero fino in fondo. Mi sentivo una roccia fino ad allora, ma scoprii di avere un sacco di invisibili crepe che cedettero al primo grande dolore della mia vita. A 17 anni si è ancora immaturi, io ero tenace ma anche molto fragile e sensibile. Una sensibilità, la mia, che non avevo ancora sprigionato fino in fondo e che mi travolse… Mi schiacciai da sola e crollai rovinosamente nel giro di sei mesi, ammalandomi di anoressia.

Fabrizio J. Fustinoni intervista Elena Ventura

Autoscatto di Elena ai tempi dell’anoressia

 

“Mi ero sempre piaciuta fisicamente, avevo un corpo scolpito e perfetto agli occhi di molti che mi guardavano da fuori. Ma nella mia testa d’un tratto tutto apparì improvvisamente distorto. Mi sentivo pesante, mi sentivo “troppa”. Mi sentivo sporca. Avevo tanta rabbia dentro, tanto dolore ed una ribellione autodistruttiva incontrollata. Il mio peso scese giorno dopo giorno. Prima iniziai a mangiare di meno, a tagliare e a scartare molti cibi, fino poi a smettere di mangiare del tutto. Diventai bugiarda, scaltra, meschina. Mi odiavo, e questo odio mi allontanò sempre più dalla realtà finche non mi persi del tutto.”

“Nel momento in cui mi resi conto del vero problema era ormai troppo tardi. Non riuscivo più a fermarmi. Mia sorella cercò in tutti i modi di risvegliarmi ma senza successo, stavo raschiando il fondo. Agli allenamenti tutti si erano accorti ma, forse per paura o imbarazzo, non mi dicevano molto. Io, ovviamente, non ne parlavo, anzi non parlavo proprio più. Così persi tutto. Venni strappata dal mio amato sport. Pensa che feci l’ultimo campionato italiano pesando 36 Kg. Cinque giorni dopo mi ricoverarono all’ospedale Niguarda con 26 battiti cardiaci al minuto. Da quel momento intrapresi una battaglia lunga 6 anni, fra alti e bassi impressionanti. Questa battaglia però è stata vinta. Da più di un anno e mezzo mi sono rialzata, questa volta per sempre.

Tu sai quanto mi emozionai nel sentire la prima volta la tua storia, e confesso di essermi emozionato anche adesso. Ora vorrei farti una domanda specifica: come pensi ti abbia aiutato lo sport in questa battaglia tremenda contro l’anoressia e contro i tuoi fantasmi personali? Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero più sincero a riguardo.

Lo sport mi ha insegnato moltissimo. Credo fermamente che senza di esso oggi non sarei quella che sono. Lo sport mi ha obbligato alla disciplina, all’obbedienza. Mi ha insegnato ad organizzare le mie giornate, ad ottimizzare i tempi per essere efficace. Grazie al mio sport ho scoperto che i limiti si possono superare e che solo così si ottiene il miglioramento. Il nuoto sincronizzato ti porta a creare una comunione ed una connessione umana molto intensa. Ti porta ad una crescita personale mai vissuta in modo egoistico. Tu non sei solo uno, sei più persone.”

“Sei anche responsabile della vittoria o della sconfitta di un’intera squadra. Ho anche imparato ad avere sogni, alimentarli e seguirli con passione e sacrificio. Sacrificio… parola che molti miei coetanei cercano di schivare. Eppure adesso, dopo tutti questi anni, so di essere una donna che non ha paura né del dolore né del sacrificio perché riconosco gli effetti benefici di uno sforzo intenso, fonte di adrenalina. Conosco il mio corpo e lo rispetto, nonostante la mia malattia me lo abbia fatto odiare per anni. Consiglio a chiunque, soprattutto ai giovani, di fare sport, non solo per motivi di salute ma perché chi lo pratica impara che una buona alternativa alla testardaggine è la tenacia.”

Hai espresso dei concetti davvero profondi sul valore dello sport, e tu ne puoi parlare con cognizione di causa. Oggi chi è Elena?

Oggi sono una persona nuova. Vivo da due anni a Milano, sono diventata caffettiera esperta. Nell’ultimo anno ho iniziato a tirare fuori la stessa grinta che usavo nello sport, per inseguire il mio reale sogno: diventare orafa. Mi sono fatta in quattro tra lavoro e scuola (il famoso sacrificio, vedi?) ed ora, con un diploma in mano, ho mollato tutto per imparare, lavorare e diventare ciò che sento di essere: artista.

Fabrizio J. Fustinoni intervista Elena Ventura

Elena oggi

 

Finalmente, sarebbe stato tremendo sprecare il tuo talento e lo sai bene.

Hai ragione, Fabrizio. So che ti farà piacere sapere che porto sempre con me la mia anima fatta di parole e carta e, dopo aver pubblicato il mio primo libro all’età di 17 anni [“Ana Bahebak”- EvolvoEdizioni, ndr], continuo a buttare parole fuori dal mio cuore, non potrei farne a meno.

E lo sport?

Seguo sempre il mio primo amore, il nuoto sincronizzato, anche senza praticarlo. Oggi mi tengo in forma per recuperare i danni che ho inflitto al mio corpo in sei anni di follia. Vado in palestra e in piscina. Nella prima vado per allenarmi, nella seconda per essere felice.”

Che questa felicità plasmi ogni piega della tua anima, Elena. Sei una persona meravigliosa e spero, attraverso questa intervista, che ogni lettore possa comprendere che nel cuore dello sport batte un ritmo intimo e unico: lo chiameremo “La Vera Vita“.

FJF