La Pandemia e la psicosi collettiva

Pubblichiamo l'intervento della dottoressa Maria Rita Scarcella, psicologa del centro "L'Equilibrio"

BUSTO ARSIZIO –  Pubblichiamo, con grande piacere, la posizione della Dottoressa Maria Rita Scarcella, psicologa del centro “L’Equilibrio” di Busto Arsizio.

Da quando l’OMS, lo scorso 11 marzo 2020, ha dichiarato lo stato di pandemia generato dal focolaio internazionale di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2, si è assistito sempre più ad una catena di reazioni che hanno portato a quello che potrebbe essere a buon diritto definito come uno stato di “psicosi collettiva”.

Questa risposta ha interessato tutti i livelli della società, dai semplici cittadini ai nostri governanti e politici, dai medici ed esperti alle persone meno avvezze al gergo clinico e ai tecnicismi: “tutti” siamo stati raggiunti dal messaggio che qualche cosa di grave stava accadendo e che incombeva su di noi una reale e concreta minaccia di morte, pertanto “tutti” abbiamo attivato le nostre difese psicologiche di fronte alla violenza di questo messaggio e alla paura che ha generato in ciascuno di noi.

Ma procediamo con ordine.

Che cosa si intende con l’espressione “psicosi collettiva” e in che misura sembra appartenerci?

Si tratta di una forma di panico diffuso e dilagante, che alcuni sembrano considerare ancora più contagioso del Coronavirus stesso e i cui effetti possono sfociare nella paura incontrollata, la quale a sua volta porterebbe ad azioni illogiche e senza una reale utilità pratica, se non addirittura controproducenti.

Ed è proprio questo che sembra essere accaduto in queste settimane in cui si sono susseguite una miriade di notizie, conferme e disconferme, spesso contrastanti  e che hanno prodotto per questo un forte disorientamento nelle persone, le quali hanno così sentito il bisogno di dare un senso a quanto stava accadendo, e ciascuno di loro ha trovato questo senso fuori di sé, in articoli, spiegazioni ed interventi che in qualche modo rispecchiavano più o meno proporzionalmente la paura che sentivano dentro.

Così abbiamo assistito, ad esempio, già prima dell’11 marzo, di fronte ai primi provvedimenti del Governo, agli assalti ai supermercati per fare scorte alimentari, depredando gli scaffali di ogni tipo di merce, senza che da parte delle autorità vi fosse stato anche il più piccolo cenno a questa opportunità e senza che poi nella realtà vi sia stato un riscontro effettivo circa l’utilità di questo comportamento, dal momento che ad oggi è sempre stato possibile fare la spesa. Il tutto è nato “istintivamente” nelle persone che sono corse in massa, per paura che la pandemia potesse costringerle in casa senza viveri, dimentiche delle giuste regole anti-contagio e quindi in fila fuori dalle porte dei supermercati e senza curarsi delle giuste distanze.

A poco a poco si è passati dalla negazione totale del problema, “non esiste alcun pericolo, si tratta solo di una banale influenza”, all’angoscia scatenata da un nemico invisibile e subdolo, che ci avrebbe potuto colpire in ogni momento, sottraendoci alla vita (molto bella a tal proposito la distinzione che fa Galimberti tra paura e angoscia, proprio riferendosi alle reazioni psicologiche scatenate dalla notizia dell’epidemia).

La prima posizione ha fatto sì che cittadini ed autorità non prendessero per tempo i necessari provvedimenti atti a individuare correttamente i focolai già in essere e ad impedire il diffondersi dell’epidemia (come di fatto è avvenuto, in special modo in alcune province della Lombardia); la seconda posizione è quella che attualmente ci costringe in casa, lontani dal lavoro e dalle nostre attività quotidiane, sull’orlo di una crisi economica – prima di tutto italiana e sicuramente poi anche mondiale – senza precedenti, ad aspettare… ma che cosa? Non certo che il virus passi improvvisamente.

E allora cosa stiamo aspettando? Molto più probabilmente stiamo aspettando che l’ansia che ci ha colpito “tutti” si plachi, in modo da poter tornare a ragionare lucidamente sulla situazione e a prendere le giuste decisioni per noi e per gli altri, sia che si tratti della vita di noi semplici individui, sia che si tratti delle scelte da prendersi a livello nazionale per tutti i cittadini.

E’, infatti, ormai acclarato che l’ansia, la paura e l’angoscia sono stati d’animo che causano un obnubilamento delle funzioni razionali e intellettive, portando ad un impoverimento del pensiero, alla riduzione delle abilità di problem-solving – cioè la capacità di trovare le giuste e più efficaci soluzioni ad un problema – e alla diminuzione della capacità di azione.

A livello fisico, poi, possono portare ad un calo delle difese immunitarie, aumentando così il rischio di essere contagiati e di mostrare una maggiore vulnerabilità al virus.

Non solo: l’ipocondria, vale a dire la paura di essere malati, di solito è una condizione psicologica che interessa circa il 5% della popolazione, percentuale in queste settimane notevolmente in crescita a causa del fatto che molti soggetti hanno denunciato di accusare sintomi quali febbre, confusione mentale, mal di testa, tachicardia, difficoltà respiratorie che, il caso vuole, sono anche i sintomi principali del Covid-19.

Autorevoli esponenti della corrente psicosomatica, spiegano nel dettaglio come di fronte a determinati eventi drammatici si inneschi una risposta che dalla psiche procede al cervello e dal cervello al corpo e agli organi cosiddetti bersaglio, secondo un programma ben preciso, che risponde alle prime due delle cinque leggi biologiche conosciute. E’ importante sottolineare come tale risposta sia assolutamente personale e diversa da individuo ad individuo, in quanto l’evento è definito “drammatico” non in base a precisi criteri uguali per tutti, bensì sulla scia dell’interpretazione che ciascuno di noi ne dà e quindi in base alla nostra percezione individuale. Ciò significa che gli individui più sensibili e fragili emotivamente potrebbero essere più esposti al virus o ai sintomi simil-covid-19.

Alla luce delle considerazioni fino a qui fatte, spingendoci oltre fino ad abbracciare teorie della mente analitiche e abbandonando posizioni tecnocratiche e organicistiche, ci si potrebbe chiedere qual è l’impatto degli assunti psicosomatici sopra descritti: fino a che punto la malattia è frutto dell’azione del virus e in che misura essa è invece il risultato della paura e dell’angoscia che agiscono sul corpo e attraverso il corpo?

Chi è davvero in grado di affermare che gli aspetti interiori non giochino nessun ruolo o forse abbiano un ruolo solo marginale nella genesi della malattia da Covid-19? Io penso che nessun medico o nessuno scienziato serio potrebbe davvero affermare ciò, piuttosto direbbe – come di fatto accade – che tali aspetti sono troppo complessi e non decifrabili, per poter essere indagati e inseriti in protocolli clinici.

Nel frattempo si continua ad operare solo sul corpo, si reclutano medici per salvare quante più vite possibili,  ma non psicologi che prestino servizio nelle corsie degli ospedali al pari dei colleghi, in modo da gestire tutti quegli aspetti emotivi e sociali, che intralciano il lavoro dei primi e che però, se trascurati, possono lasciare i pazienti nella disperazione e nella sensazione di essere abbandonati a loro stessi e soli.

Si scrivono decreti che contengono indicazioni precise su cosa fare e cosa non fare, in una dimensione esclusivamente legata all’agire e non al sentire: così facendo si proteggono i corpi dai nuovi contagi, ma si espongono le menti al contagio più subdolo, la psicosi generale, l’isteria collettiva, una sincronizzazione emotiva di massa che lascerà quasi certamente più vittime di quante non ne abbia già stroncate il virus.