Ansia, insonnia e depressione: ecco il conto di due mesi di lockdown

Irritabilità, aggressività, paura, ipocondria, disturbi ossessivo-compulsivi e, in taluni casi, confusione, derealizzazione e depersonalizzazione.

BUSTO ARSIZIO – Sono trascorsi quasi due mesi da quando, lo scorso 08 marzo, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha sancito misure di contenimento molto severe per gestire il contagio da Covid-19. Tre giorni dopo iniziava il lockdown.

Da quel momento non è stato possibile andare a trovare amici e parenti, fare passeggiate, fare sport, festeggiare compleanni, partecipare alle funzioni religiose e persino presenziare ai funerali : molti negozi, fabbriche, uffici hanno dovuto chiudere, insieme a palestre, parrucchieri, centri estetici e vari studi professionali come dentisti, fisioterapisti, podologi e molti altri.
Un cambio di vita straordinariamente eccezionale, a cui sicuramente nessuno di noi poteva dirsi pronto.

Misure che forse in quel preciso momento potevano essere giustificate, ma che dopo quasi sessanta giorni, iniziano a far sentire i loro effetti sull’equilibrio psico-fisico delle persone.

Quali sono, dal punto di vista psicologico, i rischi di una quarantena così prolungata?

A questo proposito non esistono studi in letteratura, poiché non si è mai data, nel corso della storia, una pandemia di questa portata e che abbia costretto a tali restrizioni.
Tuttavia l’Ordine degli Psicologi non ha tardato a segnalare l’aumento di disturbi quali ansia, insonnia e depressione, che affliggerebbero ben il 63% degli italiani.

A questi si aggiungerebbero irritabilità, aggressività, paura, ipocondria, disturbi ossessivo-compulsivi e, in taluni casi, confusione, derealizzazione e depersonalizzazione.
Lo spettro dei sintomi citati è molto ampio e va da disturbi della sfera nevrotica, meno gravi e nei quali è conservato il rapporto con la realtà, a disturbi della sfera psicotica, decisamente più preoccupanti e nei quali la capacità di analisi del reale si presenta compromessa, anche in questo caso con una progressione che comprende vari livelli di gravità.

 

Gli individui più a rischio sono ovviamente quelli che già prima della quarantena soffrivano di una o più patologie pregresse: la reclusione forzata ha aggravato in molti casi la loro sintomatologia, costringendoli a richiedere una maggiore assistenza nelle cure, un aumento della terapia farmacologica e, in taluni casi, il ricovero in psichiatria.
Occorre sapere, infatti, che un gran numero di pazienti psichiatrici – da intendersi qui come individui che hanno ricevuto una diagnosi – vivono da soli o con i genitori anziani e spesso è molto importante andare a sostenere e rinforzare la loro capacità di socializzare con gli altri, uscendo di casa, recandosi al lavoro o nelle varie strutture di accoglienza e riabilitazione del territorio.

Per tutte queste persone il lockdown ha significato la cessazione immediata delle loro cure, dal momento che uscire di casa e recarsi nelle varie comunità è da considerarsi un intervento terapeutico a tutti gli effetti, aumentando così il rischio di crisi, ricoveri e suicidi.
Ma la reclusione ha prodotto tristemente i suoi effetti anche su tutte quelle persone non note ai servizi del territorio, e comunque in difficoltà. In Italia si stima che la percentuale di psichiatria cosiddetta “sommersa” sia molto elevata. In questa percentuale rientrerebbero ad esempio gli individui affetti da disturbi della sfera affettiva, quali ansia, fobie e depressione.

Si tratta di affezioni molto comuni tra le persone e per questo non sempre correttamente diagnosticate ed affrontate. Spesso la gente preferisce far fronte a tali situazioni con le proprie forze, anche per una cultura sociale che stigmatizza ancora oggi la malattia mentale e il paziente che ne è affetto. Quindi, per timore di andare dallo specialista e “scoprire” di essere affetto da un disturbo specifico, molte persone negano la malattia e non si curano.
Ebbene, tutte loro sono particolarmente a rischio in questa situazione, ancora di più che non i pazienti acclarati, in quanto quest’ultimi sono noti ai servizi ed è possibile pensare ad un rafforzamento dell’attenzione a loro rivolta, mentre quelli sono ignoti e non è possibile attuare nessuna forma di prevenzione nei loro confronti.
In ultima analisi, partendo dal presupposto che la situazione che stiamo vivendo possa essere ritenuta un vero e proprio “trauma”, anche i suoi effetti possono essere descritti come “traumatici”. Di conseguenza tutti noi che vi partecipiamo, possiamo incorrere nel rischio di riconoscere uno o più sintomi fra quelli citati poc’anzi, sebbene prima d’ora non abbiamo mai sofferto di un disturbo emotivo. I sintomi che compaiono dopo aver vissuto un episodio o un intero periodo traumatico sono: incubi, flashback (il pensiero spesso ritorna sui ricordi relativi al trauma), evitamento della situazione dolorosa, insensibilità, distacco, ipervigilanza (sobbalzo, ansia, paura e agitazione anche di fronte a stimoli di per sé neutri).

Pensiamo a coloro che hanno vissuto i risvolti più tragici della malattia, a coloro i quali sono stati ricoverati o hanno perso un loro familiare improvvisamente. Pensiamo a coloro i quali sono single e sono stati costretti a trascorrere il periodo di quarantena da soli a casa, lontani da amici e parenti, oppure al contrario, pensiamo a tutti coloro i quali si sono ritrovati a vivere tutto il giorno, per quasi sessanta giorni, a stretto contatto con i propri familiari, magari in un appartamento non proprio confortevole, in una grande città senza uno spazio verde in cui poter riparare.
L’azione mediatica che è stata costruita, poi, intorno alla faccenda non ha aiutato a stemperare questi sintomi: le continue e numerose notizie di decessi, malattie, bollettini della protezione civile, sovraffollamenti negli ospedali: tutto ciò ha contribuito ad una vera e propria azione di condizionamento sociale, che ha acuito ancora di più la paura essere contagiati, di ammalarsi, di perdere i propri cari.
Da ultimo, ma non meno importanti, dobbiamo considerare la presenza di una percentuale di sintomi psicosomatici, dovuti alla paura della malattia e del dolore, che sembrano ricalcare in toto i sintomi del covid-19 quando in realtà non c’è nessuna carica virale presente.

Come si può affrontare tutto ciò?
Nei casi meno gravi, un’azione di contenimento avrebbe potuto essere rappresentata dall’attività sportiva, come per esempio correre, andare in bicicletta, andare in palestra. Purtroppo però il Governo ha chiuso le palestre (e questo potrebbe anche essere stata una buona scelta), proibendo altresì tutte le attività all’aperto, che in teoria avrebbero potuto svolgersi tranquillamente rispettando le distanze e indossando gli strumenti di protezione (come occhiali, mascherine e guanti).

Nei casi più severi è importante riconoscere nel più breve tempo possibile la necessità di un supporto professionale e ivi indirizzare il paziente.
Prolungare ulteriormente questo periodo di restrizioni  potrebbe rappresentare, per chi sta vivendo questa quarantena a casa, uscendo solo quando davvero necessario, un fattore di rischio grandissimo e occorre che chi ci governa prenda consapevolezza del fatto che ci sono tutte le condizioni perché si determini una crisi collettiva, con episodi gravi e di profonda destabilizzazione.

In conclusione si tratta di un quadro assai complesso, difficile da descrivere nel dettaglio: il disturbo emotivo potrebbe manifestarsi nei tempi e nei modi più disparati e non sempre è facile cogliere che si tratta di una disarmonia di come stiamo dentro.
Per guarire e stare meglio occorre prima di tutto recuperare uno stato di armonia interiore, e possiamo farlo grazie ad alcuni semplici accorgimenti: spegnere la televisione, osservare con i nostri occhi come stanno le persone intorno a noi e accendere la creatività.

Dott.ssa Maria Rita Scarcella
Psicologa Fondatrice e Responsabile del Centro L’Equilibrio a Busto Arsizio

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