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Aumento esponenziale dei suicidi fra giovanissimi!

Il Covid ha portato un incremento di crisi d’ansia (+ 400%), depressione (+ 450%), abuso di alcol e droghe.

BUSTO ARSIZIO –  In queste ultime settimane sono sempre più numerosi i dati provenienti da università e presidi sanitari del territorio che mostrerebbero un incremento notevole di suicidi e tentati suicidi tra le persone e, in particolare, tra i giovanissimi.

Uno studio dell’Università del Massachussets testimonierebbe che, dall’inizio dell’anno, il numero di morti per suicidio ha superato quello dei morti provocati dall’infezione da Sars-Cov-2, unitamente ad un incremento di crisi d’ansia (+ 400%), depressione (+ 450%), abuso di alcol e droghe.

In Italia, invece, è la stessa unità di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Regina Margherita di Torino a lanciare l’allarme: si è passati da 9 tentati suicidi nell’anno 2009 ai 35 di quest’anno, con un incremento dell’80% di pazienti ricoverati per “ideazione suicidaria”.
Dati allarmanti, che mostrano come anche quest’anno il trend in crescita dei disturbi psichiatrici tra i giovanissimi sia stato confermato e, anzi, esacerbato dalla situazione che stiamo vivendo.

In conseguenza di questa cosiddetta pandemia, credo di non esagerare dicendo che i giovani hanno pagato il prezzo in assoluto più alto. Graziati dalla Natura perché non si ammalano gravemente di questo virus, sono stati invece vessati dall’Uomo: i giovani sono stati completamente privati della loro libertà e, a mio parere, i provvedimenti presi dal Governo – e mi riferisco all’Italia perché non posso affermare con certezza che in tutto il mondo la linea perseguita sia stata la stessa – non hanno tenuto conto in nessun modo dei bisogni emotivi e psicologici che stanno alla base di una loro crescita sana.

Chiudendo le scuole, i bambini sono stati catapultati senza preavviso alcuno, e senza la certezza che tutti loro avessero la capacità e le condizioni per assorbire un tale fatto psichico, in una realtà di solitudine e di vera e propria deprivazione relazionale.
Improvvisamente essi hanno perso gli amici, gli insegnanti, i loro sport, le loro attività preferite.

Sono stati costretti in casa per intere settimane e vorrei sottolineare che non tutti hanno avuto la fortuna di godere di appartamenti spaziosi o di un giardino privato, dal momento che i parchi sono stati chiusi quasi subito dopo la proclamazione del lock-down generale e ai bambini, contrariamente ai nostri amici a quattro zampe, non è stato concesso di uscire neppure per una brevissima passeggiata sotto casa.
Inoltre, il continuo e martellante messaggio dei media riguardo alla loro pericolosità per i soggetti più anziani e comunque più fragili, ha contribuito, e non poco, a farli sentire colpevoli, gli “untori” della nuova peste moderna.

Come sa bene chi mi conosce, io ho deplorato questa linea d’azione fin dall’inizio. A mio parere una condotta così dura nei confronti dei più giovani non solo è ed è stata ingiusta, ma anche inutile.
Ciò che nasce dalla paura e dal terrore, può generare solo pesanti storture e l’aumento di patologie psichiche gravi è la prova che le scelte operate sono state sbagliate.

Non ci si può proteggere da un possibile male (la morte per Covid delle persone più fragili), causandone con certezza un altro (l’alienazione dalla vita sociale e da un sano sviluppo psico-fisico di una intera generazione di bambini e ragazzi). I risultati delle ricerche dell’Università americana sono la prova del fatto che una certezza supera sempre una possibilità e, di fatto, il disagio giovanile ha superato i decessi per Covid.

Qualcuno ritiene che tale disagio sia un male necessario: dopotutto i nostri figli non sono i primi a soffrire di situazioni più grandi di loro. La storia è ricca di esempi e le guerre che sul nostro pianeta sono ancora tante costringono bambini e ragazzi a vivere e sopportare situazioni che sicuramente potremmo definire più gravi di quella che, per il momento, stiamo affrontando qui, nel nostro Paese.

Tuttavia, ritengo che qualsiasi sofferenza sia inutile e da fuggire, nel momento in cui poteva essere evitata.
Se questa “pandemia” è destinata a durare ancora a lungo, è di tutta evidenza che sarebbe più opportuno cercare soluzioni semplici, che possano essere sostenute con agio nel tempo, garantendo un sano equilibrio psico-fisico ed emotivo.
Una ricerca sugli effetti dovuti alla quarantena ha dimostrato che dopo soli 10 giorni di totale isolamento, i soggetti osservati iniziavano a manifestare segni di crollo mentale quali stress, nervosismo e ansia. E’ facile, quindi, immaginare le conseguenze di stati di segregazione protratti più a lungo nel tempo, soprattutto sulle menti fragili e in crescita come quelle dei nostri figli.

Forse, in quest’ottica, sarebbe più utile accogliere il suggerimento dell’ONU a “ridurre significativamente i contatti tra le persone”, senza però costringerle alla clausura e alla solitudine. Si potrebbe, per esempio, pensare a comunità di studenti più piccole, costituite da massimo 8/10 persone e replicare il modello anche nelle altre realtà di vita quotidiana, come lo sport, le amicizie e la famiglia.

Si tratta, in questo caso, di un modello che prevede una possibilità più alta di ammalarsi rispetto a quello del lock-down e dell’isolamento totale, ma l’esperienza insegna che il rischio zero non è realisticamente perseguibile e i fattori che determinano la salute o la malattia sono tanti e non possono essere ridotti ad un mero calcolo di probabilità del rischio di infettarsi.

Uno studio condotto all’interno del corpo dei Marines, pubblicato l’11 novembre scorso sulla prestigiosa rivista accademica di medicina New England Journal of Medicine restituisce dati controversi sull’efficacia delle misure di quarantena. Sebbene non tutti concordino su come interpretare i risultati dello studio, alcuni ritengono che i dati raccolti testimonino come la salute dei militari sia stata influenzata non solo dall’assoluto rispetto delle rigide norme imposte, bensì anche da fattori emotivi e psicologici riconducibili ad una maggiore o minore serenità dei militari appartenenti ai due diversi gruppi sperimentali.

Oltre a ciò, è intuitivamente facile comprendere che il Covid non costituisce l’unica minaccia per la salute fisica e mentale delle persone. Quando si progetta un’azione di prevenzione nei confronti di una determinata malattia, occorre tenere presente tutti i fattori di rischio, anche quelli legati ad altre situazioni: l’uomo è un essere complesso, caratterizzato da diverse dimensioni e tutte sono importanti nella loro specificità così come nella loro complessità. Una visione d’insieme che tenga conto di tutta questa ricchezza e pluralità non potrebbe mai sposare un modello rigido e restrittivo come quello adottato in questi mesi dal Governo.
Concludo dicendo che i bambini e gli adolescenti hanno grandissime capacità di adattamento e questo perché la giovane età consente loro di assumere “forme e caratteri diversi”.

Tuttavia, il termine “adattamento” non sempre è sinonimo di “evoluzione”: ci si può adattare anche a situazioni estremamente negative, sviluppando disagi che sono la diretta conseguenza di tentativi di sopportare al meglio le tristezze e le difficoltà quotidiane. La stessa malattia mentale è un mal-adattamento ad una situazione di sofferenza che si protrae troppo a lungo nel tempo e addirittura il tentativo di guarirne. Come sanno bene gli esperti del settore, non tutti questi tentativi, a maggior ragione se scadono nel disagio e nel disturbo psichico, sono da considerarsi riusciti e quindi efficaci.

Quello che sta accadendo alle persone nel mondo e, in particolare ai nostri giovani, credo possa essere a buon diritto inquadrato come l’espressione di tale mal-adattamento, conseguenza a sua volta di politiche e scelte sociali assolutamente cieche e, laddove consapevoli, criminali.

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Dott.ssa MARIA RITA SCARCELLA – Psicologa Analista Junghiana
Fondatrice e Responsabile del Centro L’Equilibrio