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Speciale Medicina – Se contraggo il Covid avrò conseguenze in futuro?

Uno studio fa luce sugli effetti a lungo termine

LEGNANO – Nuova puntata della rubrica, curata dal Dott. Dario Zava, medico che scriverà articoli scientifici di attualità su vari aspetti della medicina.

Oggi parliamo di uno studio che fa luce sugli effetti a lungo termine dell’infezione da Covid-19.

Buona lettura.

 


 

SE CONTRAGGO L’INFEZIONE DA COVID-19 AVRÒ DELLE CONSEGUENZE IN FUTURO?
UNO STUDIO FA LUCE SUGLI AFFETTI A LUNGO TERMINE

Sono trascorsi ormai dodici mesi dal primo caso segnalato di Covid-19 insorto nella provincia di Wuhan in Cina. In questo anno abbiamo “imparato” molte cose sulla forma del virus, sulle sue dinamiche di trasmissione e diffusione, sulle misure di contenimento e distanziamento sociale, su come trattarlo al meglio e proprio in questi giorni grazie alla disponibilità di vaccini efficaci in tutto il mondo sono iniziate le campagne vaccinali sulla popolazione.

Restano comunque parecchi dubbi e domande senza risposta, una di queste potrebbe essere: se contraggo l’infezione da Covid-19 avrò delle conseguenze in futuro?

L’esito negativo del tampone molecolare sancisce nella maggior parte dei casi la guarigione dall’infezione e permette a chi è reduce da Covid-19 di riprendere la propria vita all’interno della società.

Non sempre però questo step pone fine alla malattia. Con il passare dei mesi e l’aumentare dei pazienti, cresce infatti la quota di chi segnala alcuni sintomi che gli esperti oggi valutano come una possibile “coda” della polmonite interstiziale determinata da Covid-19.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente dichiarato che il virus presenta un rischio di gravi effetti duraturi in alcune persone, anche in giovani altrimenti sani che non sono stati ricoverati.

Da qui l’esigenza di inquadrare l’insieme di manifestazioni che, a leggere le conclusioni di uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet, non sono una rarità. Tutt’altro: a soffrirne sarebbero infatti 3 su 4 dei pazienti costretti al ricovero durante la fase acuta della malattia.

Dunque, l’ipotesi che Covid-19 possa lasciare il segno nel tempo ha trovato conferma in uno studio cinese condotto su oltre 1.700 pazienti ammalatisi a Wuhan nei primi mesi del 2020.

Nello specifico si tratta di 1.733 pazienti colpiti da Covid-19, con un’ età media di 57 anni, che sono stati dimessi dal Jin Yin-tan Hospital di Wuhan tra gennaio e maggio 2020. Nei mesi seguenti (giugno-settembre 2020), tutti i pazienti dimessi hanno effettuato una visita medica rispondendo a domande sui loro sintomi e sulla qualità della vita e sono stati inoltre sottoposti ad esami diagnostici e test di laboratorio.

Ospedale di Busto Arsizio Covid-19

Seguendoli per l’intero arco dell’estate, i camici bianchi che per primi si sono ritrovati a fare i conti con la pandemia hanno registrato che il 76 per cento (quasi 8 su 10) di coloro che si erano ammalati di Covid-19 non si sentiva completamente ristabilito nemmeno sei mesi dopo aver superato l’infezione. Nonostante la guarigione, almeno un sintomo ha continuato infatti ad essere presente nel tempo. In aggiunta, scopriamo ora che la maggior parte dei pazienti che hanno sviluppato Covid-19 in maniera severa convive con le conseguenze dell’infezione anche molto tempo dopo aver lasciato l’ospedale.

Quali sono stati i sintomi documentati con maggiore frequenza? Il 63% (circa 6 pazienti su 10) hanno manifestato stanchezza e debolezza muscolare; a seguire i disturbi del sonno (26%), l’ansia e la depressione (23%) che sono stati rilevati, quindi, in media in 1 persona su 4.

Oltre a registrare quanto dichiarato dai pazienti, i medici hanno sottoposto 349 di loro a una serie di test per valutare la funzionalità polmonare tramite : spirometria, ecografia e Tac del torace. Da questi esami è emerso che quanto più severa è stata la polmonite, tanto più evidente è la riduzione della capacità respiratoria.

Segno con ogni probabilità di un’aumentata cicatrizzazione del tessuto polmonare, sui cui margini e tempi di recupero occorrerà indagare ancora. A fronte della ridotta capacità dei polmoni di supportare l’attività del corpo, i medici hanno registrato peggiori performance di questi pazienti al test del cammino in 6 minuti, usato per valutare la resistenza fisica durante uno sforzo moderato.

poco più di un decimo dei reduci da Covid-19 è stato, inoltre, registrato un calo della funzionalità renale, dato che supporta l’ipotesi, sempre più circostanziata, che la malattia non si estingua soltanto come un’infezione polmonare, ma che, anzi, determini le prognosi più gravi nel momento in cui si diffonde ad altri organi.

Infine, nella ricerca sono stati inclusi anche 94 pazienti i cui livelli di anticorpi neutralizzanti nel sangue sono stati registrati sia al culmine dell’infezione che a distanza di sei mesi. Quello che è emerso è che tutti i pazienti nel corso del tempo hanno registrato una riduzione progressiva degli anticorpi neutralizzanti passando dal 96,2% al 52,5 percento.

Questo risultato sembra confermare quanto già ipotizzato e cioè che, in caso di infezione naturale l’immunità al virus duri non più di 6-12 mesi, ma ovviamente servono altri dati prima di confermare questi risultati.

Ospedale di Busto Arsizio Covid-19

I risultati di questo studio suggeriscono che tutti i pazienti colpiti dalle forme più gravi di Covid-19, e cioè coloro che sono stati sottoposti a terapia con ossigeno o che sono stati ricoverati in rianimazione, devono essere controllati nel tempo e tali controlli non dovranno riguardare solo i polmoni ma tutti gli organi potenzialmente bersaglio del Covid-19.

In futuro sarà probabilmente necessario creare strutture o unità operative che abbiano messo a punto percorsi ad hoc per i reduci da Covid-19. Importante sarà anche la gestione dei disturbi della sfera psichica di questi pazienti, molti dei quali presentano un disturbo post-traumatico da stress.

A maggiore rischio, a rigor di logica, sarebbero i più anziani ma al momento non possiamo affermare con certezza che i postumi del-Covid-19 risparmino alcune fasce d’età.

Quali sono quindi i messaggi finali?

Poiché Covid-19 è una malattia “nuova”, gli autori del lavoro sottolineano che stiamo solo iniziando a comprendere alcuni dei suoi effetti a lungo termine sulla salute dei pazienti. I risultati di questo lavoro evidenziano la necessità di cure post-dimissione, soprattutto per i pazienti con infezioni gravi e l’importanza di condurre studi di follow-up più lunghi in popolazioni più ampie al fine di comprendere l’intero spettro di effetti che Covid-19 può avere sulle persone.

(Fonte: Huang C, Huang L, Wang Y, et al. 6-month consequences of COVID-19 in patients discharged from hospital: a cohort study. Lancet 2021; published online Jan 8. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)32656-8.)