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Speciale Medicina, ho fatto il COVID devo fare lo stesso il vaccino?

Nuovo appuntamento con la nostra rubrica di medicina curata dal Dott. Dario Zava

LEGNANO – Nuova puntata della rubrica, curata dal Dott. Dario Zava, medico che cura per il nostro gionale articoli scientifici di attualità su vari aspetti della medicina.

Oggi torniamo a parlare di vaccini anti-Covid: ho fatto il Covid, devo vaccinarmi oppure no?

Buona lettura.

 


 

Ho fatto il COVID devo fare lo stesso il vaccino? Per quanto tempo sarò immune grazie agli anticorpi?

Ogni giorno in televisione sentiamo opinioni diverse e risposte diverse (per non dire opposte) fornite dagli addetti ai lavori ai quesiti posti sopra e ciò genera ovviamente parecchia confusione e incertezza.
La durata della risposta immunitaria a COVID-19 continua ad essere un tema ricorrente in questa pandemia. E non può essere diversamente: comprendere per quanto tempo una persona che ha già superato l’infezione possa considerarsi protetta è una priorità e con l’avvio delle vaccinazioni contro Covid-19 questa domanda ha acquisito ulteriori risvolti.

Quindi se ho fatto il COVID devo fare il vaccino? La risposta cambia a seconda della nazione in cui viviamo ed addirittura in Italia (fino a pochi giorni fa) cambiava a seconda della regione dove viviamo e in funzione anche del tempo in cui ho fatto la domanda.
Infatti all’inizio della campagna vaccinale non esistevano consigli “ufficiali” da parte delle autorità e quindi tutto è stato lasciato (più o meno) al libero arbitrio delle autorità sanitarie singole regioni.

E’ successo così che in alcune regioni il consiglio era di fare vaccino e richiamo senza problemi dopo aver fatto il Covid-19, altre consigliavano di aspettare almeno 3 mesi dall’infezione (e poi sempre due dosi) ed altre ancora consigliavano la vaccinazione dopo 6 mesi dall’infezione.

Solo recentemente L’Agenzia Italiana del Farmaco ha cercato di chiarire questo punto e la risposta alla domanda oggi è questa:
Le persone con pregressa infezione da COVID-19 confermata da test molecolare o antigenico, indipendentemente se con COVID-19 sintomatico o meno, devono essere vaccinate con un’unica dose di vaccino dopo almeno 3 mesi ma non oltre 6 mesi dal riscontro positivo di infezione. Tranne:

  • I soggetti con immunodeficit (anche coloro che ricevono terapia immunosoppressiva), che devono essere vaccinati con un ciclo vaccinale completo di due dosi entro i primi 3 mesi dalla diagnosi di infezione da COVID-19.
  • Coloro che sviluppano infezione da COVID-19 dopo la prima dose di vaccino, in quanto non devono ricevere la seconda dose nei tempi prestabiliti ma preferibilmente al 6° mese dopo la guarigione.

Come siamo giunti a queste conclusioni?

Ovviamente continuiamo a rimanere nel campo delle ipotesi e non ci sono molte certezze ma alcuni punti fermi sembrano esserci.

L’immunità acquisita dopo infezione da COVID-19 dura circa 6 mesi, ecco perché AIFA consiglia la vaccinazione a chi ha fatto COVID-19 da più di 6 mesi e al tempo stesso nei primi sei mesi il soggetto che ha contratto l’infezione risulta protetto a sufficienza dagli anticorpi prodotti in risposta all’infezione.

Valutare l’immunità naturale è fondamentale per capire la durata della protezione. Ad oggi è documentata in almeno 8 mesi dopo l’infezione naturale.
Numerosi gruppi di ricerca stanno lavorando nel tentativo di capire qualcosa in più su come il nostro sistema immunitario si comporta quando incontra COVID-19.

L’ultimo studio di una lunga serie, pubblicato sulla rivista Science, lascia spazio alla speranza: la memoria immunologica che si instaura in seguito all’infezione naturale è ancora presente nella maggior parte delle persone a 8 mesi dall’insorgenza dei sintomi.

Ma come funziona nello specifico la memoria immunologica? Essa permette di produrre sia anticorpi sia linfociti T specifici, in grado di riconoscere un patogeno che il nostro organismo ha precedentemente già incontrato. Queste cellule della memoria permangono nei nostri organi linfatici secondari anche per lunghi periodi e nel caso di una nuova esposizione al patogeno si riattivano e iniziano a proliferare in modo molto rapido e producono un’enorme quantità di linfociti B o T, a seconda della cellula di memoria di partenza, che sono esattamente quelli capaci di riconoscere il patogeno a cui eravamo già stati esposti in precedenza.

Per iniziare a conoscere la durata dell’immunità offerta dai vaccini dovremo aspettare almeno qualche mese, ma intanto hanno fatto molti passi avanti gli studi che avevano l’obiettivo di capire la persistenza degli anticorpi neutralizzanti e delle cellule della memoria tra le persone che in passato sono state contagiate.

A gennaio sono stati pubblicati tre lavori, uno su Science, uno su Science Immunology e uno su Nature, i cui risultati vanno nella stessa direzione: gli anticorpi, pur persistendo per un periodo di almeno sei mesi, decadono nel tempo.

Tuttavia questo non vuol dire che l’organismo umano, in caso di successiva nuova esposizione al virus, si ritrovi privo di protezione. La memoria immunologica si basa su meccanismi articolati e la capacità di riattivazione delle cellule B e dei linfociti T rappresenta una risorsa molto importante, anche se varia parecchio da una persona all’altra.

Lo studio condotto dai ricercatori del La Jolla Institute for Immunology è stato realizzato a partire dalle analisi dei campioni di sangue di 188 persone positive a COVID-19 (108 donne e 80 uomini), reclutate in diverse parti degli Stati Uniti e rappresentative di tutte le forme in cui può presentarsi la malattia, da asintomatica a grave.

L’obiettivo era quello di analizzare in che modo tutti i componenti della memoria immunitaria evolvessero nel tempo. I risultati hanno mostrato che la risposta è ancora presente a distanza di otto mesi dall’infezione e che il prevedibile calo del titolo anticorpale, già osservato in precedenti ricerche, è compensato dal lavoro delle cellule della memoria che non lasciano l’organismo indifeso.

Un aspetto molto rilevante riguarda la persistenza delle cellule B della memoria specifiche per la proteina spike del virus e dei linfociti T: a sei mesi dall’infezione le prime tendevano addirittura a crescere e anche entrambe le varietà dei linfociti T (- helper e killer) risultavano ancora presenti.

Le diverse parti del sistema immunitario adattivo lavorano insieme”, hanno sottolineato gli autori dello studio precisando però che “l’immunità protettiva varia notevolmente da persona a persona”, con un intervallo di ampiezza che può essere anche di 100 volte. E in passato era stato già ipotizzato che la durata e la robustezza dell’immunità potessero dipendere, almeno in parte, anche dal decorso clinico della prima infezione.

Ad evidenziare il ruolo della memoria immunologica come forma di protezione contro COVID-19 è anche uno studio realizzato da diverse università australiane e pubblicato su Science Immunology. Gli autori della ricerca hanno analizzato campioni di sangue di 25 pazienti in un periodo che andava dal quarto giorno all’ottavo mese successivo all’infezione arrivando così a scoprire che gli anticorpi iniziano a diminuire già dopo 20 giorni ma che persistono le cellule B della memoria in grado di riconoscere il virus e di riattivare la produzione di anticorpi.

Questi risultati sono importanti perché mostrano, in modo definitivo, che i pazienti infettati dal virus che è alla base di Covid-19 conservano in realtà l’immunità contro il virus e la malattia” concludono gli autori.

L’ultimo lavoro, in ordine di tempo, che si inserisce in questo filone di ricerca è stato pubblicato su Nature e rafforza i risultati già precedentemente raggiunti da altri team, soffermandosi non solo sulla presenza delle cellule B della memoria ma anche sulla loro natura e qualità.

Gli studiosi della Rockefeller University di New York e dello Howard Hughes Medical Institute di Baltimora, hanno valutato la risposta anticorpale di una coorte di 87 individui positivi a COVID-19, una prima volta dopo 40 giorni dall’infezione e poi quando erano passati circa 6 mesi. E’ stato così possibile scoprire che gli anticorpi neutralizzanti, diretti al dominio di legame del recettore situato sulla proteina Spike del coronavirus, continuavano ad essere rilevabili nella maggioranza delle persone ma diminuivano in modo significativo e attraverso esperimenti di laboratorio si è visto che la capacità dei campioni di plasma dei partecipanti di neutralizzare il virus risultava ridotta di cinque volte rispetto all’inizio.

Anche questa volta le notizie più incoraggianti sono arrivate sul versante delle cellule B della memoria: non solo a distanza di 6 mesi dal contagio il loro numero era rimasto invariato ma con il trascorrere del tempo si erano addirittura dimostrate capaci di produrre anticorpi più forti. Un aspetto di non poco conto, soprattutto in una fase della pandemia in cui aumenta l’apprensione per le nuove varianti di COVID-19.

L’evoluzione dei linfociti B della memoria è infatti il punto più sorprendente dello studio perché i ricercatori hanno scoperto che queste cellule avevano subito numerosi cicli di mutazione anche dopo la risoluzione dell’infezione e che il nuovo set di anticorpi da esse prodotti era in grado di attaccarsi meglio al virus e poteva riconoscere anche versioni mutate di esso.

Questo tipo di informazione si sta aggiornando continuamente dal momento che prosegue la pubblicazione di articoli che vanno a ricercare la risposta immunitaria nei pazienti infettati da COVID-19 su una scala temporale che ovviamente è sempre più lunga, mano a mano che il tempo passa.

Quello che si sta osservando è che la risposta immunitaria contro questo virus si sviluppa nella quasi totalità delle persone che vengono infettate, sebbene ci sia comunque una grande variabilità tra un individuo e l’altro. E questa eterogeneità dipende anche dal decorso clinico dell’infezione. Tendenzialmente i soggetti che hanno avuto una sintomatologia più severa presentano titoli anticorpali più elevati rispetto alle persone in cui l’infezione ha portato a sintomi lievi o ai casi completamente asintomatici.

A livello di persistenza della risposta anticorpale ci sono ormai evidenze che fino a otto mesi dall’infezione è possibile rilevare la presenza di anticorpi specifici per COVID-19 nella grande maggioranza delle persone che erano state contagiate.

I recenti studi hanno dimostrato non solo che l’infezione da COVID-19 provoca lo sviluppo di anticorpi che permangono per molti mesi nel sangue delle persone guarite, ma anche che le cellule della memoria persistono senza diminuire per un periodo di almeno sei mesi. Non solo: sembra anche che durante questo periodo di permanenza maturino e si specializzino ancora di più nel riconoscimento delle proteine, degli epitopi principali del virus e siano quindi anche più neutralizzanti rispetto a quelle che vengono prodotte nelle prime fasi della risposta immunitaria. Questi studi sono assolutamente prodromici anche per la comprensione di quella che sarà la risposta alle vaccinazioni. Dovrà essere monitorata ma ci si aspetta un andamento comparabile.

Quindi, allo stato attuale delle conoscenze, la risposta alle due domande iniziali è:

  • Le persone con pregressa infezione da COVID-19 confermata da test molecolare o antigenico, indipendentemente se con COVID-19 sintomatico o meno, devono essere vaccinate con un’unica dose di vaccino dopo almeno 3 mesi ma non oltre 6 mesi dal riscontro positivo di infezione (tranne soggetti con immunodeficit e coloro che sviluppano infezione da COVID-19 dopo la prima dose di vaccino).
  • Chi ha fatto un’infezione da COVID-19 ha realisticamente la probabilità di avere anticorpi protettivi per almeno 6-8 mesi e nella maggior parte dei casi il proprio sistema immunitario conserverà la memoria dell’avvenuto contatto da COVID-19 e in caso di nuovo contatto reagirà prontamente.

Dott. Dario Zava