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Speciale Medicina – Covid-19, nuovi dati fanno chiarezza sulla risposta immunitaria da vaccino

Nuova puntata della rubrica, curata dal Dott. Dario Zava

LEGNANO – Nuova puntata della rubrica, curata dal Dott. Dario Zava, medico che cura per il nostro giornale articoli scientifici di attualità su vari aspetti della medicina.

Anche questa settimana parliamo ancora di Covid-19, alla luce di nuovi dati relativi alla risposta immunitaria del vaccino.

 


Covid-19, nuovi dati fanno chiarezza sulla risposta immunitaria da vaccino

Quanto durerà la risposta immunitaria delle persone che hanno contratto la malattia o ricevuto il vaccino? È questa la domanda che ci si è posti da quando Covid-19 ha iniziato a diffondersi. Complicata anche dal problema, ancora irrisolto, che non si hanno certezze su come misurare la durata della protezione.

Una risposta arriva ora da un gruppo di ricercatori dell’ateneo di Verona, che ha provato a capire come il sistema immunitario risponda alla vaccinazione Covid-19 e quali anticorpi vengano stimolati, confrontando persone che avevano contratto il virus con altre che non si erano mai ammalate. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista del gruppo Nature Communications Medicine.

Lo studio è stato coordinato da Donato Zipeto e Luca Dalle Carbonare, dei dipartimenti di Neuroscienze, biomedicina e movimento, Medicina e Diagnostica e Sanità pubblica dell’ateneo.

La ricerca è frutto di una collaborazione fra l’università di Verona, il Policlinico Borgo Roma di Verona, l’IRCSS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, il CIBIO dell’università di Trento, l’Istituto scientifico San Raffaele di Milano e la startup Covi2Technologies di Novara. È stata finanziata dalla Brain Research Foundation di Verona (Brfv), dal dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento, (con fondi Fur 2020 e dipartimento di Eccellenza 2018/2022) e dal ministero della Sanità, con i Fondi Ricerca Corrente e progetto Covid Ricerca Finalizzata 2020.

Quando si misurano le risposte all’infezione o alla vaccinazione, tipicamente si cercano gli anticorpi dei test sierologici: IgG (indicano che siamo stati a contatto col virus ed abbiamo una memoria immunologica) e le IgM (primi anticorpi prodotti in caso di infezione da virus “nuovo”).

I dati, sebbene preliminari, indicano che il vaccino sembra richiamare una risposta immunitaria nei confronti di precedenti incontri con virus simili, come i coronavirus che provocano il raffreddore. La potenziale implicazione dell’immunità cross-reattiva ad altri coronavirus nella risposta alla vaccinazione è supportata da una caratteristica inaspettata che è emersa dallo studio: una risposta anticorpale non convenzionale osservata in soggetti che non avevano incontrato il Sars-CoV-2.

La memoria immunologica pregressa

Dopo la prima dose, infatti, quando la risposta immunitaria primaria classica dovrebbe generare IgM, ovvero i primi anticorpi che l’organismo produce quando incontra un nuovo agente infettivo, e solo in seguito le IgG, quasi la metà degli individui vaccinati, invece, produceva direttamente IgG ma non IgM, suggerendo la presenza di una memoria immunologica pregressa, conseguente a un precedente contatto non con il Sars-CoV-2, ma con virus simili.

I ricercatori sottolineano come questa osservazione richieda senza dubbio ulteriori approfondimenti e, se confermata, suggerirebbe che tutti siamo, in maniera più o meno variabile, preventivamente un po’ immuni al Sars-CoV-2. Questo scoperta potrebbe essere uno dei motivi alla base della straordinaria efficacia che hanno dimostrato i vaccini nella protezione dalla malattia, perché richiamano e amplificano risposte immunitarie precedenti, confermando quindi l’importanza della vaccinazione.

Inoltre, confrontando i tipi e i livelli di anticorpi prodotti dopo la prima e dopo la seconda dose del vaccino di chi aveva già avuto una precedente infezione da Sars-CoV-2 con quelli di individui che non erano mai stati infettati, lo studio ha confermato che una dose di vaccino, anche diversi mesi dopo l’infezione, è sufficiente a stimolare una risposta molto efficiente stimolando la produzione di anticorpi in grado di neutralizzare il virus.

Infatti, quando gli anticorpi scompaiono, le cellule che li producono, i linfociti B memoria, continuano a circolare e a fare il loro lavoro di sentinelle del sistema, pronti ad entrare in azione al primo incontro con il virus o con la prima dose di vaccino. È anche verosimile che lo stesso vaccino, somministrato a soggetti che non hanno avuto il Covid-19, possa comportarsi nello stesso modo, in altre parole stimolare una risposta protettiva che rimanga per molto tempo, anche se “nascosta” sotto una calma apparente.

Dott. Dario Zava

Bibliografia:
Serology  study  after  BTN162b2  vaccination in participants  previously  infected with SARS-CoV-2in two  different  waves versus naïve https://www.nature.com/articles/s43856-021-00039-7