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Tanti ex lilla presenti. Il video messaggio di Cristiano Scapolo
LAVENO – C’era tutto il calcio – e non soltanto quello locale – a Laveno Mombello, per rendere deferente omaggio a Domenico Parola: figlio illustre di quel lago che tanto riflette sogni e sudore, e che dal campo umido di provincia si issò fino ai prati nobili della Serie A.
Una serata di gala, incastonata come un cammeo nella memoria calcistica lombarda, ha aperto ufficialmente il torneo giovanile a lui intitolato. E sul palco, tra lo sferragliare di ricordi e l’umidità gentile del lago, è salito Ernestino Ramella, tra i più amati figli del Legnano d’altri tempi, mentre Cristiano Scapolo – oggi a evangelizzare palloni nella Cincinnati under 18 – ha mandato un videomessaggio, e pareva di vederlo lì, tra noi, come si fa con i vecchi amici di spogliatoio.
Non si poteva dar nome più degno e pertinente alla serata lavenese: I Campioni per Sempre. Nome che suona come epigrafe laica e gloriosa per chi, come Domenico Parola, ha indossato la maglia della vita con la medesima onestà con cui si onora quella di gioco.
A orchestrare la commemorazione con maestria e cuore è stato l’ex lilla Eros Pogliani, presidente dell’organizzazione, che ha saputo radunare un parterre che solo il sentimento sa convocare: Silvio Papini, Fiorenzo Roncari, Attilio Papis, tutti nomi che parlano a chi del calcio conosce l’odore del linimento e della domenica sui campi spelacchiati.
Ma non sono mancati anche i volti del calcio d’oggi, di quello giovane e rampante: su tutti il parabiaghese Raoul Bellanova, esterno dell’Atalanta e della Nazionale, che pare fatto apposta per testimoniare il ponte tra epoche che solo il pallone sa edificare.
Premiati anche coloro che il calcio lo fanno crescere con la cura del vivaista: Mauro Morello, presidente della Sestese, e Paolo Masini, colonna delle giovanili della Varesina, hanno ricevuto giusto riconoscimento sul campo, là dove ogni gesto conta. E spazio, con il rispetto dovuto ai grandi, anche per Giuseppe Sannino: due volte citato, perché a volte il destino raddoppia i meriti.
Domenico Parola, morto nel 1998, rivivrà però ancora, e più che mai, nelle prossime settimane: due tornei giovanili porteranno il suo nome, come fiaccole accese a illuminare il sentiero dei ragazzi che inseguono un sogno. Così si onora un campione: lasciando che il suo spirito continui a correre sul prato, come quando era vivo. E forse, chissà, ancor più adesso.
Parola, che in quel di Laveno giocò con Gigi Riva – sì, proprio Rombo di Tuono – fu chiamato giovanissimo nella rappresentativa lombarda. Correva l’anno del Signore 1962, e il Legnano, allora in Serie C ma con l’occhio fino, li pescò entrambi. Riva sarebbe salito verso il mito, Parola avrebbe preso la via del mestiere onesto e fiero, di quelli che fanno grande il calcio operaio e tenace.
Aveva solo 17 anni, il buon Parola, e il suo primo anno fu in Juniores, ma già l’anno dopo calcava il campo della Prima Squadra lilla, stagione 1963-64. Si guadagnò la conferma sul campo, e anche una convocazione nella Nazionale di Serie C: un onore da incorniciare nei bar del paese. Con la maglia lilla – quella che per lui sempre profumò di casa – collezionò 71 presenze e sette reti, con una regolarità degna del calendario liturgico.
Ma la sua parabola non si fermò lì: il salto fu direttamente in Serie A, alla SPAL di Paolo Mazza, quel genio visionario che aveva fiuto per i talenti come un trifulau per i tartufi. Era la SPAL dei futuri mister: Capello, Bagnoli, Bigon, Reja. In quel contesto, Parola brillò: rimasta celebre la sua doppietta al Bologna, quel “grande Bologna” dei toni alti, dei ginocchi sporchi, battuto 3-2 nel derby emiliano. Una giornata da romanzo, come se ne scrivono poche.
Nel 1967, con la Nazionale Olimpica, vinse i Giochi del Mediterraneo a Tunisi, piegando la Francia nella finale con l’onore antico di chi sa battersi per l’Italia, anche nei tornei meno mondani. Dopo l’ultima stagione in Serie B con la SPAL (1968-69), proseguì a Pisa e Perugia, sempre tra i cadetti, sempre con la dignità degli uomini veri.
Chiuse il cerchio nella stagione 1974-75, tornando lì dove tutto era cominciato: al Legnano, con la maglia lilla che sembrava fatta apposta per lui. Fu l’ultima stagione da calciatore, poi iniziò il secondo tempo della sua carriera: quella da allenatore, educatore di campo e di vita.
A Laveno Mombello, ieri sera, non si è solo ricordato un calciatore. Si è celebrato un uomo che ha attraversato il calcio italiano con la stessa umiltà con cui si attraversa un campo fangoso in provincia: testa alta, cuore saldo, e l’erba sotto gli scarpini come unica bandiera.
