I soldi arabi fanno la differenza
MILANO – Simone Inzaghi non è più l’allenatore dell’Internazionale Football Club. Ha preferito l’oro che scintilla nei deserti d’Arabia al nerofumo della Scala del calcio. A detta dei più, sarebbe un tradimento. Io dico: è un bene. Per lui, certo. Ma soprattutto per l’Inter.
Non si parli di resa inattesa, di addio prematuro. Inzaghi, da buon piacentino, ha fiutato l’aria come un bracco esperto e ha capito che la campagna successiva sarebbe stata dura. Meglio sloggiare, magari con l’alibi del figlio rampante — Tommaso, che si muove fra arabi e milioni come un Gattopardo da scrivania — e lasciare a qualcun altro l’onere del prossimo naufragio.
I numeri non mentono, ma spesso illudono. Uno scudetto, due Coppe Italia, tre Supercoppe: buona collezione per un museo privato, non per un club che respira solo attraverso la vittoria. In quattro anni, due finali di Champions: una persa con onore, l’altra con vergogna. La seconda, contro il PSG, resterà come una cicatrice sul volto di un condottiero che prima della battaglia aveva già preparato i bauli per la fuga.
Il vero peccato mortale resta però la stagione appena finita. Dove si parlava di triplete e si è finiti con il “nulla cosmico”. Il campionato scivolato via tra pareggi assurdi e sconfitte al 95’, derby e scontri diretti regalati come fossero panettoni il 6 gennaio. Un disastro mascherato da normalità. Ottantuno punti, tredici in meno dell’anno scorso. E a cucirsi lo scudetto sul petto non è stata la Juve, il Milan o la Roma, ma il Napoli. Uno schiaffo sonoro. Meritato.
Inzaghi non ha mai saputo infondere autorità. È parso più psicologo che comandante. Ha spremuto Lautaro e Thuram come limoni della Costiera, accettando una panchina popolata da ectoplasmi calcistici come Arnautovic, Correa, e Taremi. Frattesi, che da solo aveva steso Bayern e Barça, guardava la finale dalla panchina come un bambino a cui si nega la giostra. Non un giovane lanciato, solo minutaggi miseri a punteggio acquisito, come contentino ai vivai.
E poi, la scelta: l’Arabia. Non il Real, non il Bayern. Non il fascino delle capitali del calcio, ma il luccichio volgare del denaro. Si dirà che le offerte erano irrinunciabili. Ma anche Ancelotti, il più vincente dei tecnici, le ha ricevute. E ha sempre detto no, perché la dignità non è quotata in borsa. Inzaghi invece ha scelto. Non l’impresa, ma il bonifico.
Alla fine, forse, è giusto così. L’Inter non è un laboratorio pedagogico, ma un club che vive di trofei e di gloria. E gloria significa vittoria, non “quasi”. I percorsi li lascio volentieri ai boy scout. Al Meazza servono generali, non cronometristi del fallimento onorevole.
Da oggi l’Inter volta pagina. Speriamo ne inizi una degna di quel nome. Quanto a Simone, auguri. Ma chi ha anche solo dubitato tra restare all’Inter o partire per Riad, già non era l’uomo giusto. E per questo, sì, il suo addio è una liberazione.