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La Nazionale di calcio presa a schiaffi pure in Norvegia

La solita Italietta, misera e piangente, si aggira sotto la pioggia del Nord come un pugile suonato – e il Mondiale, ancora una volta, è già lontano.

MILANO – L’America, per noi figli confusi di una gloria estinta, è una terra promessa che si allontana a ogni passo. A Oslo, sulle sponde di un fiordo che pare il golfo degli afflitti, la Nazionale si è inginocchiata senza fiatare, presa a schiaffi da un popolo che fino a ieri zappava il ghiaccio e oggi ci impartisce lezioni di calcio e carattere. Norvegia 3 – Italia 0. Un risultato impietoso, eppure persino generoso, perché almeno ha avuto il buon gusto di congelarsi all’intervallo.

Il fiordo pareva l’inferno: pioggia battente, maglie pesanti, sguardi vuoti. E la nostra maglia azzurra, un tempo bandiera e corazza, ora non è che un drappo stinto appeso a spalle fiacche. Spalletti, il filosofo di Certaldo, s’inarca sotto la pioggia come un Cristoforo Colombo a cui hanno tolto la caravella e dato una zattera. Un’Italia triste, senza nerbo, senza anima, senza uno straccio di reazione. Lezione severa, giusta, meritata.

Eppure doveva essere l’inizio della riscossa. Invece pare la replica di un incubo: playoff all’orizzonte, e la concreta possibilità di mancare il terzo Mondiale consecutivo. Terzo! Un tempo eravamo la scuola difensiva più rispettata del mondo. Ora subiamo undici reti in quattro gare, e il solo pensiero di Haaland in area scatena più panico di un bombardamento notturno.

Avesse visto questa partita un Bearzot, un Rocco, persino un Liedholm col suo aplomb svedese, avrebbe stracciato il taccuino e acceso un sigaro al contrario. Difensori che non marcano, centrocampisti che vagano, attaccanti che paiono fantasmi. L’Italia si presenta con Raspadori e Retegui davanti, e pare un esperimento da laboratorio mal riuscito. Raspa evapora, Retegui è lasciato a meditare sulla solitudine umana. A centrocampo Rovella dirige l’orchestra con la grazia di un cornettista ubriaco, Barella è l’ombra sbiadita di sé, Tonali gioca cinque minuti, poi sparisce come nebbia a mezzogiorno.

E le fasce? Udogie pare uno che ha sbagliato sport. Zappacosta, poveraccio, rimbalza contro Nusa come uno scolaretto al primo giorno di scuola. Difesa da operetta: Bastoni regala il primo gol con una mossa da kamikaze, Di Lorenzo si addormenta su Haaland come fosse una favola della buonanotte. Solo il debuttante Coppola si salva, ma solo perché non ha ancora avuto il tempo di imparare come si sbaglia.

Alla fine, i norvegesi ci irridono con gli “olé” e i canti da Oktoberfest artica. Noi restiamo lì, con il volto pesto e il cuore in frantumi, mentre il nostro calcio continua a confondere il talento con il marketing, la grinta con gli slogan, la strategia con i cambi a caso.

Lunedì, a Reggio Emilia, arriva la Moldova. E dovremmo vincere – sì – e pure segnare tanti gol. Ma con che spirito, con che coraggio, con che idee? Questa Nazionale ha perso tutto: gioco, dignità, pubblico. Ha perso perfino la consapevolezza di cosa significhi indossare quella maglia.

E mentre l’America ci guarda da lontano, noi ci chiediamo – rassegnati – se a bordo campo non serva più un allenatore ma uno storico dell’arte funeraria. Perché qui, signori miei, non si gioca a calcio. Qui si celebra, con puntualità degna di un orologio svizzero, il funerale della nostra identità sportiva.