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Pro Patria riammessa in Lega Pro

Una Serie C conquistata a tavolino, come una coppa vinta per forfait avversario. Che festa è mai questa?

BUSTO ARSIZIO –  Nel calcio moderno, dove il merito si sbriciola come vecchia calce sotto la pioggia dei compromessi, la Pro Patria, retrocessa sul campo con pieno merito (checché se ne dica nei salotti ovattati della burocrazia pallonara), si ritrova oggi, con la stessa fierezza di chi cade in ginocchio e grida vittoria, pronta a risalire in Serie C non grazie al pallone ma alla contabilità.

La Lucchese scompare, triste canto del cigno di una realtà che meritava tutt’altro destino, e subito si spalanca una porta per chi aveva fallito sul prato verde. E chi troviamo sull’uscio? Proprio loro, i biancoblù bustocchi, i “tigrati” con le unghie spuntate, graffianti solo nelle retrovie degli uffici federali. Perché diciamocelo senza ipocrisie: la Pro Patria è retrocessa, punto. E se rientrerà tra i professionisti, lo farà per mancanza altrui, non per valore proprio.

Il presidente Luce, il ds Turotti, gli imperscrutabili santi del “Daghidaponta” — tutti pronti a brindare come se si fosse vinto qualcosa. Ma che senso ha una promozione per default? Dove va a finire l’essenza stessa dello sport, se chi perde viene premiato e chi vince fallisce?

Eppure c’è chi esulta. Si parla di programmazione, di nuovo tecnico, di mercato in fermento. Ma l’odore che sale da questa promozione di cartone non è di erba appena tagliata, bensì di faldoni bollati e fideiussioni a scadenza. Una Serie C conquistata a tavolino, come una coppa vinta per forfait avversario. Che festa è mai questa?

La Pro Patria si aggrappa a un regolamento che premia la sopravvivenza contabile più della gloria sportiva. Brava Patrizia Testa, che ha gestito i conti con l’acume di un banchiere. Ma che tristezza, questo calcio che applaude i bilanci e dimentica i gol.

Oggi si celebra il ritorno dei tigrotti. Ma viene da chiedersi: che razza di belva è mai quella che non ha saputo mordere quando contava davvero?