Fuori da due Mondiali consecutivi, umiliata in campo e irrilevante nei tavoli che contano. Il calcio italiano è un malato terminale che si ostina a curarsi con l’omeopatia istituzionale: basta una spruzzata di retorica, due conferenze stampa, e via, tutto come prima. Il problema? Non è solo chi guida il sistema, ma chi lo rilegittima.
Gabriele Gravina è stato rieletto presidente della FIGC con il 98% dei voti. Novantotto percento. Un plebiscito bulgaro che, in un contesto sportivamente disastroso, non suona come fiducia ma come complicità. Perché se il calcio italiano è in ginocchio, è anche per responsabilità di chi ha continuato ad applaudire mentre la nave affondava.
E mentre a Roma si fanno i giochi di palazzo, fuori l’Europa corre. La classifica dei ricavi da diritti TV è un termometro impietoso del valore percepito delle leghe: Premier League al primo posto con 3,4 miliardi di euro. Seguono Liga, Bundesliga, Ligue 1. E la Serie A? Ultima, con appena 0,9 miliardi. Ultima. Dietro la Francia, dietro la Germania. Un prodotto svalutato, disorganico, trasmesso in orari schizofrenici e venduto con la qualità di un VHS anni ’90.
Il problema non è solo tecnico. È sistemico. È politico. È culturale. Un sistema che premia l’immobilismo, che ricicla sempre gli stessi dirigenti, che protegge la mediocrità, non può sperare in miracoli sportivi. Se le società continuano a votare in massa chi ha gestito (e fallito) negli ultimi anni, allora non sono più vittime di un sistema sbagliato. Ne sono parte integrante. Sono complici.
E allora la prossima volta che ci si straccerà le vesti per un’altra eliminazione, per un’altra debacle internazionale, si abbia almeno il pudore di non dire: “È colpa del sistema”. Perché il sistema è esattamente quello che vogliono.