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Meru, l’impossibile che diventa storia: il 16 luglio a Castellanza si scala anche dal cinema

Una serata per chi ama la montagna, ma soprattutto per chi ama le storie di chi non molla

CASTELLANZA – In una sera d’estate, nella quiete operosa di Castellanza, si torna a parlare d’altezza, di pareti inaccessibili e di uomini che non si arrendono mai. Il CAI compie 80 anni, ma non li dimostra. Anzi, li celebra come meglio sa fare: raccontando una scalata che non è solo una scalata, ma una sfida all’assurdo, una liturgia della volontà.

Mercoledì 16 luglio, ore 21, presso la Biblioteca Civica va in scena “Meru – Il facile estremo”, pellicola cult dell’alpinismo moderno, proiettata nell’ambito del ciclo Stile Alpino – Sfide. L’ingresso è libero, i posti sono quelli che sono, ma basta arrivare in anticipo: piazza Visconte Cerini è generosa in fatto di parcheggi.

Sostenuta dalla sempre vigile BCC di Busto Garolfo e Buguggiate, la serata è un omaggio ai sogni verticali e al coraggio che non si lascia spiegare. Il film, già vincitore al Sundance, racconta l’epopea di tre uomini che sfidano l’Himalaya come si sfida il destino: senza Sherpa, senza aiuti, senza scorciatoie. Solo la roccia, il gelo e l’ostinazione.

Il Monte Meru, e in particolare la sua micidiale “Pinna di Squalo”, è stato per decenni il Santo Graal dell’alpinismo puro: un tracciato infame e bellissimo, più volte tentato e mai domato. Fino a quando Conrad Anker, Jimmy Chin e Renan Ozturk, con la furia cieca dei visionari, decidono di farne un’ossessione. Il film è il loro grido: documentario, diario di bordo, confessione intima e prova d’orgoglio.

«Il Meru è l’anti-Everest», tuona Jon Krakauer in apertura. Nessun applauso all’arrivo, nessuna bandierina. Solo il privilegio di resistere. Chi vuole qualcosa, se la porta in spalla. Punto.

A spiegarlo con l’accento affettuoso della Brianza è Silvano Landoni, vicepresidente del CAI di Castellanza:
«Dal catalogo della Cineteca del CAI abbiamo scelto proprio Meru, perché questa storia qui – con questi tre alpinisti che salgono la pinna dello Squalo – ci dice tutto. È un’impresa obiettivamente estrema. Ma per loro, con tutta quella volontà, sembrava quasi facile. Ecco perché si chiama il facile estremo

Un racconto che vibra di sudore e silenzi, capace di smuovere anche chi di montagna ha solo la foto sul calendario. Il CAI, del resto, non è mai stato soltanto una palestra per scalatori: è presidio culturale, comunitario, educativo. Un pezzo d’anima della città.

A fare da spalla a questa narrazione verticale c’è, come sempre, la BCC di Busto Garolfo e Buguggiate, che nella fatica di salire riconosce il destino stesso del territorio.
«Scalare il Meru – spiega il presidente Roberto Scazzosi – è come affrontare il mercato di oggi: richiede tenacia, preparazione e capacità di superare ciò che pare insormontabile. Sostenere il CAI significa valorizzare quei valori che ci rendono comunità: passione, resilienza, costruzione. Verso l’alto, sempre.»

E allora sì: il 16 luglio si va in vetta. Non con ramponi e piccozze, ma con gli occhi pieni e il cuore colmo.
Una serata per chi ama la montagna, ma soprattutto per chi ama le storie di chi non molla. Anche quando la vetta sembra troppo lontana.