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|Spalletti, il c.t. con lo scudetto tatuato e il fallimento azzurro: ora sogna la Juve per riscattarsi
TORINO – Luciano Spalletti ci riprova. A poco più di quattro mesi dal suo disastroso epilogo con la Nazionale, l’allenatore toscano — quello con lo scudetto del Napoli tatuato sul braccio, come simbolo eterno del suo trionfo partenopeo — torna a bussare alle porte del grande calcio. Ma dopo la figuraccia azzurra, viene da chiedersi: è davvero pronto o è solo nostalgia di panchina?
Quella di Spalletti doveva essere la favola perfetta: dal trionfo di Napoli al sogno azzurro. E invece si è trasformata in un incubo sportivo, dal cielo di Napoli all’abisso di Oslo. L’Italia umiliata dalla Norvegia, l’Europeo fallimentare, lo spogliatoio diviso e un gruppo che non lo ha mai seguito fino in fondo. Altro che “calcio relazionale”: la Nazionale di Spalletti è stata un laboratorio di esperimenti confusi e cambi di rotta, senza mai trovare né anima né gioco.
Eppure, eccolo lì, a Montaione, nella quiete della sua “Rimessa”, la tenuta immersa nel verde dove cerca pace con il cane Diana. Ma la verità è che la ferita è ancora aperta. Altro che riflessione e serenità: Spalletti medita la rivincita, convinto che il flop azzurro non sia tutta colpa sua. Certo, se la prende con i tempi stretti, con gli interisti stanchi, con il destino… ma il campo dice altro.
E adesso? Adesso sogna la Juventus. Sì, proprio la Juve, la squadra che rappresenta tutto ciò che a Napoli non gli perdonerebbero mai. Un paradosso quasi ironico per chi porta tatuato addosso il simbolo di un popolo e ora guarda con desiderio alla Vecchia Signora.
Spalletti racconta di voler tornare a “martellare” ogni giorno sul campo, di voler ricostruire, disciplinare, trasformare. Ma la domanda resta: sarà capace di risorgere o è solo l’ennesima illusione di un tecnico geniale e complicato, capace di vincere solo quando tutto gli gira bene?
Dalla Nazionale se n’è andato “con stile”, dicono. In realtà, ha lasciato dietro di sé un Paese sportivo amareggiato e una squadra smarrita, ancora alla ricerca di un’identità. E se davvero dovesse sedersi sulla panchina bianconera, dovrà dimostrare che non è solo l’uomo del bel gioco e dei monologhi filosofici, ma anche quello capace di rimettere insieme i pezzi dopo il naufragio più clamoroso della sua carriera.
Per ora, resta lì: telefono acceso, morale alto e tatuaggio ben in vista, a ricordare che dal trionfo alla caduta, nel calcio come nella vita, il passo può essere breve.

