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|Calcio giovanile italiano, la denuncia: “Così diventa uno sport per ricchi”. E la Francia ci dà una lezione
La parole di Fabio Caressa a Sky e la nostra analisi
MILANO – In Italia il calcio giovanile è sempre più un lusso. Altro che sport popolare, altro che talento che nasce per strada: oggi per far giocare un bambino di sette anni serve quasi un mutuo. Mille euro l’anno per una scuola calcio sono diventati la norma, e chi non può permetterselo resta fuori dal gioco. È questa la fotografia impietosa che emerge dalle parole – lucide e polemiche – di Fabio Caressa, che mette il dito nella piaga: il nostro modello sta soffocando il talento prima ancora che possa sbocciare.
E basta guardare cosa accade oltre le Alpi per capire quanto siamo indietro.
In Francia, i ragazzi del Paris Saint-Germain che oggi incantano in campo provengono in gran parte dalla prima generazione di figli di immigrati, molti cresciuti nelle banlieue. Non necessariamente luoghi facili, certo, ma dotati di un sistema che funziona: accademie gratuite, strutture diffuse, percorsi meritocratici. Per loro, giocare a calcio da bambini non è una spesa proibitiva. È un diritto, sostenuto da un Paese che ha capito che investire nello sport giovanile significa investire sul futuro.
Da noi, invece, il messaggio è l’esatto opposto: se non puoi pagare, non giochi.
E non tutti a 7 anni sono abbastanza forti o grandi fisicamente per essere notati subito da Milan, Juventus, Napoli. Non tutti maturano allo stesso ritmo. Nei settori giovanili italiani la selezione parte troppo presto e premia quasi solo i fisici più sviluppati, lasciando indietro quei bambini che esploderebbero magari solo qualche anno dopo. All’estero questo lo hanno capito. Noi no.
Il risultato?
La Francia continua a produrre talenti in serie. L’Italia, invece, rischia di sterilizzare intere generazioni di giovani calciatori perché le famiglie non possono sostenere i costi o perché il sistema non li sa aspettare.
Caressa lo dice senza giri di parole: “Il calcio sta diventando una roba per ricchi. È un grosso problema.” E lo è davvero. Perché i meccanismi di premio alle scuole calcio – quelli che una volta garantivano un ritorno economico a chi formava un ragazatore poi passato ai professionisti – praticamente non esistono più. Il vincolo, che pure andava riformato, è stato cancellato senza costruire un modello alternativo che valorizzi il lavoro delle società di base. E così, di fatto, nessuno investe davvero in chi deve crescere.
L’Italia del pallone, quella che un tempo riempiva cortili e parcheggi di ragazzini scalzi, oggi rischia di restare senza giocatori. Davvero vogliamo consegnare lo sport più popolare del Paese a chi può permettersi una retta annuale da mille euro?
Se non si interviene subito – conclude Caressa – non avremo più talenti da far crescere. E continueremo a guardare la Francia produrne, mentre noi litighiamo ancora su chi deve pagare l’iscrizione alla scuola calcio.
Un futuro povero di campioni per uno sport diventato ricco solo nei costi: questa, purtroppo, è la fotografia del calcio italiano di oggi.

