La notte di ieri a Zimbru resterà impressa non tanto per il 2-0 conquistato con fatica dall’Italia nell’ultima gara di qualificazione ai Mondiali della prossima estate, quanto per ciò che è accaduto sugli spalti. Un gruppo numeroso di tifosi italiani – arrivati fino lì, macinando chilometri e aspettative – ha scelto di trasformare la propria delusione in cori duri, lapidari: “Andate a lavorare”, “Vergogna”, indirizzati agli Azzurri di Rino Gattuso.
Un paradosso, se si pensa che proprio quella vittoria ha certificato il pass per il Mondiale. Un paradosso ancora più grande se si considera che, nel calcio, la Nazionale dovrebbe essere il punto in cui il tifo si ricompatta, sospendendo per un attimo polemiche, club, rivalità e malumori del campionato.
Ma è davvero così semplice?
L’episodio apre una domanda scomoda: fino a che punto è sensato denunciare il sistema calcio italiano prendendosela con la squadra che lo rappresenta?
Fischiare la Nazionale non è solo contestare una partita brutta o un gioco che non convince. È colpire un simbolo collettivo, un’idea di appartenenza che va oltre i 90 minuti. Eppure una parte dei tifosi lo fa, lo rivendica, lo considera un dovere civico, una forma di resistenza contro un sistema percepito come corrotto, autoreferenziale, distante dalle persone comuni.
E allora nasce l’interrogativo: protesta o autodistruzione?
Perché protestare va bene, anzi è fondamentale: senza polemiche, senza attriti, senza delusione, lo sport non avrebbe anima.
Ma quando la contestazione diventa un fischio feroce rivolto alla maglia che si dichiara di amare, qualcosa si incrina. Si rischia di colpire non il “sistema”, ma chi in quel momento è l’ultimo anello della catena: i giocatori, gli allenatori, lo staff. Gente che, nel bene o nel male, porta addosso un simbolo che non dovrebbe essere sporcato con leggerezza.
E infatti la reazione del commissario tecnico Rino Gattuso è arrivata immediata, tagliente:
“È una roba vergognosa che i nostri tifosi ci trattino così.”
Uno sfogo che non sorprende. Gattuso è uomo di pancia, di identità, di battaglie. E ha percepito quei fischi come un tradimento, uno strappo difficile da ricucire.