Logo

Temi del giorno:

CALCIO, le nostre inchieste: ecco perchè l’Italia dovrebbe imparare dal Belgio

In Italia, abbiamo capito, regna il caos. Non un caos creativo, alla Nietzsche: piuttosto, un casino assurdo alla Gabriele Gravina (che ha già messo le mani avanti: non si dimetterà, neppure in caso di eliminazione dell’Italia, con ennesima rinuncia al sogno Mondiale).

C’è una data che pende, come una spada di Damocle, sulla testa della nostra Nazionale: 26 marzo 2026, Italia Vs Irlanda del Nord. In pieno fermento da sorteggi mondiali noi, poveri azzurri, dobbiamo ancora sorbirci la trafila playoff per la qualificazione. Del resto, il Mondiale 2026 non è poi così scontato, per Gattuso & Company. Febbricitante la polemica, succulente le analisi tra bar dello sport e salotti “bene” del calcio (televisivo e non).

Quali le colpe? Di chi sono le responsabilità? E, soprattutto, cosa fare per salvare un agonizzante calcio nostrano? Il mantra è il seguente: bisogna rivoluzionare settori giovanili e scuole calcio. Perché? Semplice: mancano i giocatori. E non perché gli italiani siano tutti scarponi incapaci (per non dire pippe colossali). Manca un bacino valido dal quale attingere perché è sbagliato tutto il sistema. In Italia, spesso ci troviamo a fare i conti non solo con i soldi ma anche con il merito: vince il talento o prevale il cinico Dio Denaro? In una società che cambia rapidamente, anche il calcio nostrano pare seguire la stessa tendenza.

Nazionale

Non neghiamolo: iscrivere e mantenere un figlio a scuola calcio è, purtroppo, un lusso che spesso una famiglia non può permettersi. Scordiamoci le favole da ragazzini del barrio (il quartiere povero del Sudamerica che, generosamente, sforna e ci regala talenti preziosi). Dimentichiamoci anche i vari Ronaldo, Ronaldinho e Roberto Carlos: bambini prodigio dai piedi stregati made in favelas brasiliane. Senza andare troppo lontano, accantoniamo anche la biografia di tale Cassano Antonio: da una Bari vecchia all’epoca povera e insidiosa agli astri (per lui più o meno luminosi) della Serie A.

gravina

Ci stanno strappando il sogno del calcio: un calcio fatto di sudore, sacrificio, visione e merito. Abbandoniamo per un attimo una certa, italica presunzione (che puzza ormai di naftalina) e, con un doveroso bagno d’umiltà, cerchiamo esempi interessanti. Con una distanza aerea di circa 1.098,32 km, arriviamo in Belgio. Raggiungiamo metaforicamente un Paese che, a dispetto di quanto si possa immaginare, ha qualcosa da insegnarci. In Italia, abbiamo capito, regna il caos. Non un caos creativo, alla Nietzsche: piuttosto, un casino assurdo alla Gabriele Gravina (che ha già messo le mani avanti: non si dimetterà, neppure in caso di eliminazione dell’Italia, con ennesima rinuncia al sogno Mondiale). Nel piccolo ma organizzato Belgio, tutto parte dalla base. Federazione, club, governo e scuole collaborano fra loro.

nazionale under 20

Ne deriva un sistema a piramide: alla base troviamo le selezioni regionali (dai 12 ai 17 anni), con ben 200 scout pronti a visionare i ragazzi. Arriviamo al gradino successivo: le Top Sport Schools (14/18 anni). Il lavoro si fa più articolato: tanta tecnica e tattica per tutti più lavoro individuale e personalizzato per ogni giocatore. Gli allenatori della federazione belga si occupano anche di questo. In aggiunta, il lavoro con le rispettive squadre di appartenenza. Ci si allena 4 volte a settimana e si migliora: come calciatori, ma anche come uomini. Il modulo insegnato è uno e uno solo: il 4-3-3. E così, ci si prepara direttamente per la nazionale: nascono allora i vari Mertens, De Bruyne, Defour

Si arriva a ben 10 selezioni giovanili nazionali, persino 3 femminili. Idee chiare ed organizzazione ferrea. Tutto parte sempre da un anno zero che, nel caso del Belgio, è stato il 1998. Annata pessima, preludio di rivoluzione. Ed è qui che subentra una figura chiave: l’abile condottiero Michel Sablon. Ideatore del metodo GAG, diventato il più diffuso a livello globale, Sablon ha stravolto tutto: nella mentalità, prima e nella pratica, poi. Con lui, conta più il processo rispetto al singolo risultato. Importanti percentuali di fatturato vengono investite nei settori giovanili, con una forte e proficua collaborazione tra scuola e sport. Con un’enfasi importante su tecnica e tattica, intelligenza di gioco e finalizzazione rapida. Esempio emblematico, l’Anderlecht, con l’accademia nella piccola Neerpede.

Torniamo all’uomo della rivoluzione. Direttore tecnico della federazione belga dal 2001, Michel Sablon voleva emulare i “tulipani olandesi”. Parola d’ordine: calcio totale. Libero e costante movimento del giocatore nel più totale (appunto!) mantenimento dell’assetto tattico dell’intera squadra. L’approccio è dapprima scientifico: Sablon si serve di numeri, studi, statistiche. Nasce così a Tubize (cittadina poco distante da Bruxelles) un nuovo centro tecnico federale. Un investimento lungimirante post Europei 2000.

italia

Qui si lavora così: dalla tattica si passa alla palla al piede, quindi rigore e fantasia. Focus sul dribbling e un monitoraggio scrupoloso sui progressi di ogni singolo calciatore. Proliferano, dallo slancio di questo modello virtuoso, altre accademie più 8 centri federali: le già citate Top Sport Schools. Le lacune certo non mancano ma la cura (e soprattutto i prolifici investimenti dei club nei settori giovanili) fanno la differenza. Non è un caso che la nazionale belga e persino quella svizzera ci abbiano superati. Gli elvetici “purosangue” sono giusto tre: in nazionale svizzera, infatti, troviamo soprattutto stranieri. Due esempi su tutti: Breel Embolo e Yvon Mvogo.

Tiriamo le somme, allora: investire nei giovani e naturalizzare gli stranieri potrebbe curare il nostro calcio malaticcio e un po’ dimesso? C’è sicuramente molto da fare: in un’Italia dove il merito rimane un concetto aleatorio e il soldo un elemento troppo determinante e discriminatorio. Vi lasciamo, per il momento, con una domanda: torneremo ad essere gli Azzurri di un tempo? Ai posteri (e prossimamente anche a noi), l’ardua sentenza.

Chiara Soldani