Temi del giorno:
impianti sportivi
|Educazione fisica in Italia: il 50% delle scuole non ha una palestra!
Situazione da terzo mondo nella maggior parte del territorio italiano
MILANO – L’Italia brilla nello sport mondiale, ma inciampa clamorosamente dove dovrebbe costruire i suoi campioni: la scuola. È il paradosso che emerge con forza da un dato che ha dell’incredibile: quasi un ragazzo su due, nel 2025, frequenta un istituto che non possiede nemmeno una palestra adeguata. Un Paese che domina le Olimpiadi e i palcoscenici internazionali continua a trascurare l’educazione motoria proprio là dove tutto dovrebbe cominciare: tra i banchi.
Il XXV Rapporto sulla qualità degli edifici scolastici di Legambiente fotografa una realtà che definire sconfortante è poco. Il 50% delle scuole nei comuni capoluogo è privo di impianti sportivi utilizzabili. E quando le palestre ci sono, spesso non servono né agli studenti né al territorio: oltre un terzo rimane chiuso al pomeriggio, inutilizzabile, come se lo sport fosse un lusso e non un diritto educativo.
Il quadro infrastrutturale è desolante anche nelle sue differenze territoriali. A livello nazionale, appena il 50,2% degli edifici scolastici dispone di spazi sportivi funzionanti. Le Isole raggiungono il 57,7%, il Sud il 52,7%, il Nord il 51%, mentre il Centro precipita al 40,3%. Anche quando gli impianti sono dichiarati agibili, più di uno su cinque necessita di interventi urgenti e profondi: al Sud quasi la metà delle strutture ha bisogno di lavori immediati, segnale di un abbandono strutturale che dura da decenni. Nel 2024 gli impianti davvero riqualificati sono stati solo il 6,1%: un numero che parla da solo e che evidenzia un ritmo di manutenzione totalmente inadeguato.
Anche l’accessibilità pomeridiana, uno strumento fondamentale per incentivare la pratica motoria e garantire inclusione sociale, è a macchia di leopardo. Il Nord garantisce il 77% di palestre aperte dopo le lezioni, il Centro il 66,6%, il Sud appena il 45,4% e le Isole crollano a un drammatico 34%. In molte zone d’Italia, lo sport a scuola dura esattamente il suono della campanella: fuori da quell’ora, tutto si chiude.
Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare la svolta. Trecento milioni promessi, 411 progetti finanziati, un entusiasmo iniziale che sembrava preludere a un cambio di rotta. La realtà, però, racconta altro. A meno di un anno dalla scadenza del piano, l’avanzamento delle misure dedicate allo sport scolastico e all’estensione del tempo pieno si ferma a un misero 18,8%. Una corsa contro il tempo ormai compromessa da ritardi, lentezze amministrative e mancanza di visione.
Eppure esempi virtuosi non mancano. Lecco, Pordenone, Teramo, Avellino hanno dimostrato che investire nelle strutture sportive scolastiche produce risultati tangibili, in termini di partecipazione, inclusione e talenti formati. Rieti continua a essere un fiore all’occhiello dell’atletica italiana, patria di campioni del calibro di Marcel Jacobs e Mattia Furlani. Ma proprio questi casi dimostrano anche l’altra faccia del problema: la qualità dipende troppo dalle scelte locali, e troppo poco da una strategia nazionale.
L’Italia ama lo sport, lo celebra, ne trae orgoglio. Ma finché continuerà a ignorare le condizioni delle sue scuole, condannerà intere generazioni a un’educazione fisica mutilata e svilita. E priverà il Paese non solo di futuri campioni, ma di cittadini più sani, più attivi, più consapevoli. Il tempo per cambiare c’è ancora, ma sta scivolando via in fretta, mentre nelle aule si continua a parlare di educazione motoria… senza nemmeno avere una palestra.

