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Il calcio sostenibile di Gravina e la dura realtà: l’Italia che predica bene ma gioca male

«Per la sua capacità unica di unire persone, territori e generazioni, il calcio ha una responsabilità che va oltre la competizione e la performance». Così Gabriele Gravina, presidente della FIGC, ha presentato la decima edizione del bilancio integrato federale, rivendicando un calcio sempre più impegnato sul fronte della sostenibilità sociale e ambientale.

Gravina ha spiegato come la Federazione abbia scelto «di intraprendere un percorso convinto e strutturato» per trasformare il calcio in «un vero e proprio motore di cambiamento, capace di produrre valore duraturo, materiale e immateriale, per la comunità». Inclusione, valorizzazione dei giovani, educazione, tutela della salute e dell’ambiente: «temi che fanno oggi del calcio una piattaforma sociale senza eguali», come ha sottolineato lo stesso presidente FIGC, parlando di «risultati ottenuti in un anno di straordinaria evoluzione».

Parole importanti, quasi impeccabili. Peccato che, uscendo dai documenti ufficiali, il calcio italiano continui a mostrare tutte le sue crepe. Mentre si parla di impatto sociale, la Serie A perde terreno sul piano economico, con diritti televisivi che non riescono a competere con quelli delle grandi leghe europee. Il prodotto calcio italiano è sempre meno appetibile all’estero, schiacciato da stadi vecchi, calendari confusi e una mancanza cronica di visione industriale.

E se il termometro è il campo, la febbre è altissima. L’Italia non ha partecipato agli ultimi due Mondiali: un fatto senza precedenti che dovrebbe bastare, da solo, a ridimensionare qualsiasi racconto autocelebrativo. Si può parlare di sostenibilità, inclusione e responsabilità sociale quanto si vuole, ma un movimento calcistico che fallisce sistematicamente gli appuntamenti sportivi fondamentali non può nascondersi dietro i bilanci.

Il paradosso è evidente: un calcio che ambisce a essere “piattaforma sociale senza eguali” ma che non riesce a produrre talento competitivo in quantità sufficiente, né a costruire una Nazionale all’altezza della propria storia. Mentre le altre federazioni investono su infrastrutture, scouting e qualità del gioco, in Italia si continua a rimandare il nodo centrale: la riforma profonda del sistema.

La sostenibilità è un valore, ma non può diventare un paravento. Il calcio italiano ha bisogno di meno retorica e di più autocritica, di meno documenti patinati e di più risultati concreti. Perché senza competitività sportiva e credibilità internazionale, anche il racconto del calcio come motore di cambiamento rischia di restare solo un esercizio di comunicazione.