La crisi dei bustocchi
Premessa: la Pro Patria gioca in Lega Pro, è una squadra professionista e lo è da anni. A Legnano il professionismo ce lo siamo dimenticati da tempo. A Busto lavora un certo Turotti, diesse che a Legnano conosciamo molto bene.
Detto questo a Busto si è toccato il fondo: ma ogni volta i tigrotti paiono bravissimi nell’arte di scavare ancora qualche centimetro sotto l’abisso. La “vergogna”, parola forte ma precisa, non sta tanto nella sconfitta in sé, quanto nell’inerzia d’animo con cui viene accolta. Questi giovanotti che pascolano sul prato del “Carlo Speroni” ricordano più vitelloni senza mestiere che atleti votati al sudore: tecnica rada, agonismo smunto, dignità latitante come una lepre impaurita. Qualcuno è venuto a svernare, altri paiono convinti che il campionato sia una specie di ricreazione prolungata.
Prendere quattro schiaffi da una Giana depauperata dei suoi due pezzi migliori è la certificazione finale: questa Pro Patria è poca cosa, pochissima, quasi nulla. Lo sanno i suoi tifosi che in queste ore hanno scritto di tutto e di più
Lo sconcerto sotto i neon della sala stampa
A stupire non è il catino del campo, ormai consunto da mesi di non-gioco: è ciò che accade dopo. Il direttore Turotti, già prodigo di “righe tirate” e asticelle innalzate come un geometra stizzito, si presenta in sala stampa con una delegazione di calcianti scarmigliati. Cosa volesse ottenere, Dio solo lo sa. Confortare i tifosi? Condividere le colpe? Suddividerle come si fa con il maiale, pezzo per pezzo? E portarsi dietro pure l’unico che almeno qualche rete l’ha segnata pare scelta tattica degna di un teatrino da oratorio.
Le domande che ronzano più delle zanzare sull’Olona
Il buon Turotti afferma che l’allenatore non si discute. Benissimo: ma allora chi si deve discutere? Si sa: nel calcio ci vanno i giocatori. Ma quali? Se al posto di questi fossero in campo Pellegatta, De Grandis e Ponti, si dice che i punti sarebbero pochi: ma con questi, che da mesi recitano il rosario del rimpianto davanti ai distinti, i punti sono esattamente quelli che sono. E allora? O qualcuno ha sbagliato a portarli, o qualcuno è incapace di farli rendere. Tertium non datur.
Più che la faccia, bisognerebbe metterci il portafogli
Le scuse dei giovani obbligati, del budget basso, dei vincoli assortiti: tutte cadute come foglie morte. Quest’anno soldi ce n’erano. E i risultati sono persino peggiori: misteri della fede calcistica? No: semplice incompetenza di chi dovrebbe scegliere. Eppure Turotti resta lì, intatto come un capitello romano. Giocatori cambiati, allenatori cambiati, musica sempre identica. Se la costante è una sola, la matematica – che non è un’opinione – indica dove stia la responsabilità.
L’esonero degli allenatori è sempre arrivato tardi e male. Ma non si è mai pensato a una scossa dietro la scrivania, dove si costruiscono – o si distruggono – i campionati.
Le colpe della società e quelle del suo plenipotenziario
La società ha un’unica colpa grave: aver confermato alla guida dell’area sportiva chi l’anno prima aveva già portato al disastro. Oggi paga in silenzio, con le tasche e con il fegato. I tifosi cercano colpevoli come si cercano funghi dopo un temporale: si accusa tutto, tutti, il ragno nel tunnel e la formica dietro la panchina. Ma il nocciolo è uno: due annate fallimentari portano la firma del direttore, non di chi stacca gli assegni.
E mentre la Presidente (una legnanese), un tempo intoccabile, ora viene messa alla gogna, l’altro intoccabile – Turotti – continua a sventolare l’etichetta di “top of the best”, come disse lei stessa, in tempi più sereni.
Il punto finale, stile sentenza padana
Nel calcio, come nel mondo del lavoro, chi sbaglia paga. Qui invece pagano sempre gli stessi, mentre altri restano immobili come statue di gesso anche quando la barca affonda. Un passo indietro, anche simbolico, sarebbe gesto di signorilità e lucidità: un riconoscere che due stagioni perse non sono un accidente meteorologico, ma frutto di scelte errate.
Altro che “metterci la faccia”.
A questo punto, per dignità, converrebbe che Turotti si scattasse un bel selfie, così almeno la memoria dell’errore resti impressa in una immagine nitida, da tramandare ai posteri della Busto calcistica.
Una foto, si direbbe, più sincera di mille parole.