La Federazione Italiana Tennis e Padel ha toccato i 230 milioni di euro di incassi nell’ultimo anno. La FIGC, quella che per un secolo ha tenuto in scacco l’anima popolare del Paese, si è fermata poco sopra i 200 milioni.
MILANO – Un nuovo mondo per lo sport italiano. Un mondo dove il tennis – sì, il tennis! – ha sorpassato il calcio non solo nei fasti internazionali, ma persino nei quattrini, che sono l’unico vero metro della società moderna. E allora mi domando: che cosa sta diventando il nostro calcio, antico e glorioso come un vitigno padano, se finisce col farsi scavalcare da uno sport che per decenni abbiamo trattato come passatempo da villeggianti?

I numeri, impietosi come un contropiede subìto in pieno recupero, dicono che la Federazione Italiana Tennis e Padel ha toccato i 230 milioni di euro di incassi nell’ultimo anno. La FIGC, quella che per un secolo ha tenuto in scacco l’anima popolare del Paese, si è fermata poco sopra i 200 milioni. È la prima volta nella storia che il tennis non solo prende il sopravvento, ma toglie al calcio il primato economico. E qui il vecchio cronista si arresta, si gratta la barba e si chiede: non è che il calcio abbia smarrito la sua identità?
Eppure non tutto si spiega con l’effetto-Sinner, che pure è stato il più fulgido dei nostri alfieri, vincitore di Australian Open e Wimbledon, sovrano d’erba e di cemento come un eroe di epoche lontane. Intorno a lui è esplosa una generazione che pare uscita da un romanzo d’avventura: Darderi, Cobolli, Paolini, Errani. Undici titoli ATP e WTA in un solo anno, cinque Slam in due stagioni, Italia presente in ogni categoria delle Finals di Torino. Una ricchezza tecnica che non vedevamo, o meglio non sognavamo nemmeno, dai tempi in cui Panatta giocava come un poeta ispirato a intermittenza.
Il tennis ha conquistato pubblico, sponsor, investitori. Ha trasformato la sua carestia storica in abbondanza moderna. In vent’anni è passato da 50 a oltre 230 milioni di fatturato. Chi avrebbe creduto a un tale miracolo laico? Gli stessi numeri di base, poi, fanno tremare il pallone come una foglia invernale: 6,2 milioni di praticanti, un popolo di racchettari quasi pari ai calcianti. Oltre un milione di tesserati. Circoli che si moltiplicano, tecnici che si formano, arbitri che spuntano come funghi dopo la pioggia.
E dietro a questo balzo si intravede la mano del cosiddetto “modello Binaghi”: gestione industriale, eventi globali, territorio saldato al grande spettacolo. Gli Internazionali d’Italia, un tempo moribondi, oggi generano quasi un miliardo di impatto economico. Le ATP Finals di Torino hanno prodotto 591 milioni in un anno. La Final 8 di Coppa Davis a Bologna è stata un altro pozzo d’oro. Non stupisce che oltre il 70% del fatturato federale derivi proprio dagli eventi. Il tennis è diventato un’impresa, il calcio sembra ancora un grande condominio litigioso.
E allora mi chiedo: che fine ha fatto la saggezza contadina del nostro pallone? Perché la FIGC arranca mentre la FITP corre come un puledro imbizzarrito? Il calcio resta primo negli appassionati, ma con margine sempre più ridotto. I costi federali del tennis sono sotto controllo, mentre la maggior parte del valore prodotto torna al movimento. Nel pallone, invece, vige ancora la logica del debito, dell’emergenza, della speranza che il prossimo mondiale sistemi tutto.

Il sorpasso del tennis non è un episodio: è una crepa nella storia. Il calcio potrà forse ritrovare linfa nel 2026, se la Nazionale tornerà al Mondiale e se l’antico entusiasmo risorgerà come nei giorni di Bearzot. Ma lo spettro resta: uno sport che vive solo nel ricordo rischia di essere superato da chi, nel frattempo, ha imparato a parlare la lingua del presente.
E allora, nel dubbio, con il mio spirito breriano mi limito a dire: forse non è il tennis a essere cresciuto troppo. È il calcio ad essersi fermato.