Logo

Temi del giorno:

Resultadismo contro bel giuoco, ecco Como-Milan!

Bel gioco, contro il risultato: vince Allegri!

COMO – C’è una legge antica come il pallone stesso: nel calcio non vince chi merita, vince chi segna. E ieri al Sinigaglia è andata in scena l’ennesima riprova di questa regola feroce. Da una parte il Como di Cesc Fabregas, intento a far crescere un calcio elegante, tutto tocchi e corse pulite; dall’altra il Milan di Massimiliano Allegri, sacerdote moderno del resultadismo, la filosofia dei pragmatici, dei cacciatori di punti più che di applausi.

Fabregas, giovane tecnico cresciuto nelle nicchie dorate del Barça, ha voluto imporre sin dal fischio d’inizio il suo credo: possesso palla, linee strette, ricerca ostinata dell’uomo tra le linee. Ha fatto il gioco, ha sbloccato il risultato, ha sfiorato il raddoppio con una convinzione quasi adolescenziale. Ma quando il pallone pesa come piombo, si sa, entra in scena l’altra scuola: quella che Gianni Brera avrebbe chiamato la tattica dei sorci verdi, fatta di ordine, rigore, fame carnivora.

Il Milan ha sofferto, ha annusato il pericolo e poi – come certe bestie di brughiera che fingono di dormire – ha colpito. Il rigore di Nkunku, contestato fino alla sommossa dialettica, ha riportato la bilancia a centrocampo. La doppietta di Rabiot ha dato ragione agli uomini pratici, quelli che non perdono tempo a imbellettare il gioco quando c’è da azzannare la giugulare dell’avversario.

Fabregas, nel dopo gara, era l’immagine stessa dello sconforto elegante: un generale sconfitto che non riesce a biasimare i suoi soldati. «Che cosa potevo dire ai ragazzi? Uno a tre. Uno a tre», ha ripetuto come un rosario rovesciato. E quando ha sentito la parola “miglioramento”, gli è scappato un sorriso amaro: «Resultadismo, quello che piace tanto qui». Un colpo di fioretto piazzato con classe.

Allegri, invece, non ha avuto bisogno nemmeno di parlare. Il suo calcio, bruttarello e cinico come un contadino della bassa padana, aveva già sentenziato. Brera l’avrebbe definito un “gnocco di provincia che non si fa fregare dai ballerini”: uno che il gol lo trova anche con un rimbalzo storto e che del bel gioco si fida quanto di un palleggio sul ghiaccio.

Così, sulle rive del Lario, ieri si è giocata una partita che somigliava più a un saggio filosofico che a un incontro di Serie A: il gioco contro il risultato, la bellezza contro l’utile, il possesso castigliano contro la prudenza monastica. E ha vinto, ancora una volta, il vecchio calcio italico, quello che Brera custodiva gelosamente come un dogma: la difesa, il contropiede, il sangue freddo.

Generico gennaio 2026

Fabregas potrà raccontare ai suoi che il Como ha mostrato coraggio e mentalità. Allegri, più semplicemente, porterà a casa tre punti e un sorriso sornione. Perché il pallone, questo animale bizzarro, non si innamora quasi mai dei più belli: preferisce chi gli mette la museruola.

E allora sì, Cesc: viva il risultatismo, piaccia o non piaccia. È figlio legittimo della nostra stirpe calcistica. È l’ennesimo monito che una squadra può anche dominare, ma se non segna… finisce che vince Allegri.

Come diceva il vecchio: «Il calcio è avaro come il bosco d’inverno: regala poco e solo a chi sa sopravvivere».