Temi del giorno:
Cronaca Altomilanese
|Calcio Malato: a Carate aggredito da un genitore il direttore tecnico
Il gesto, denunciato ai carabinieri, sarebbe nato da un rancore covato nel tempo: il genitore avrebbe agito per “vendicarsi” di una società ritenuta colpevole di non aver fatto giocare abbastanza il figlio
CARATE BRIANZA – Quello andato in scena sugli spalti della Sportitalia Arena non è calcio, è la sua degenerazione peggiore. È il volto malato di uno sport che dovrebbe educare, unire, far crescere ragazzi e comunità, e che invece troppo spesso viene avvelenato da rabbia, frustrazione e violenza.
Durante la partita di Serie D tra Folgore Caratese e Pavia, le telecamere hanno immortalato una scena che non dovrebbe mai appartenere a un campo sportivo. Dopo un momento di esultanza, verso la fine del primo tempo, un uomo scende di corsa dagli spalti e si avventa su un dirigente della squadra di casa, colpendolo con violenza al volto. Un’aggressione a pugni, davanti a tutti, sotto gli occhi di tifosi, addetti ai lavori e telecamere.
La vittima è Daniele Paparusso, direttore tecnico della Folgore Caratese, 32 anni, ex calciatore con una lunga esperienza tra Serie B, C e D. Il bilancio è pesante: una lesione all’occhio sinistro. L’aggressore, secondo quanto ricostruito, è un uomo di Seregno, padre di un ex calciatore della Folgore, oggi in forza proprio al Pavia.
Ed è qui che emerge tutta la tristezza del calcio malato. Il gesto, denunciato ai carabinieri, sarebbe nato da un rancore covato nel tempo: il genitore avrebbe agito per “vendicarsi” di una società ritenuta colpevole di non aver fatto giocare abbastanza il figlio, un ragazzo di appena 18 anni, poi ceduto ad altra squadra. Come se le scelte tecniche fossero offese personali. Come se un campo di calcio fosse il luogo dove regolare conti emotivi irrisolti.
Domenica 8 febbraio la Folgore ha vinto sul campo, 2-0, con merito. Ma sugli spalti ha perso il calcio intero. Dopo il secondo gol, mentre la partita volgeva al suo epilogo, Paparusso è stato assalito senza possibilità di difesa. Solo l’intervento di alcuni spettatori e dei carabinieri ha evitato conseguenze ancora più gravi.
Questo episodio va condannato senza ambiguità. Non esistono giustificazioni, non esistono attenuanti emotive, non esistono alibi genitoriali. Il calcio non è proprietà dei genitori, non è sfogo per frustrazioni personali, non è terreno di violenza. È – o dovrebbe essere – educazione, rispetto, crescita.
Quando un adulto alza le mani per “difendere” il percorso sportivo di un figlio, il messaggio che passa è devastante. E a pagarlo sono tutti: dirigenti, allenatori, ragazzi, arbitri, società. È questo il vero avversario del calcio: la perdita del senso, dei limiti, della responsabilità.
Serve una presa di posizione netta. Serve ricordare che lo sport vive di regole, anche fuori dal campo. E che chi trasforma una tribuna in un ring non è un tifoso, ma un problema. Un problema che il calcio, se vuole salvarsi da se stesso, non può più permettersi di tollerare.

