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Calcio Serie C e la contabilità creativa per 300 spettatori

C’era un tempo in cui il calcio italiano era un’opera lirica con gli scarpini. Il nonno e il nipote disputavano in strada, con furori degni di Tucidide, se fosse più artista Rivera o più moderno Mazzola; le domeniche odoravano di sigaro, di frittelle e di gradinate stipate; e la Serie A, allora, dettava legge persino agli inglesi che pure il football lo avevano inventato.

Poi vennero Maradona, Zico, Sócrates — gente da far tremare i polsini ai re — e le “notti magiche” di Italia ’90, che furono davvero magiche: come certi tramonti, bellissimi proprio perché annunciano il buio. Da lì, il nostro pallone ha cominciato a rotolare in discesa, con la dignità ostinata dei vecchi campioni e la velocità di un carretto senza freni.

Oggi non basta più indignarsi per una Macedonia qualunque o per un Mondiale visto dal divano. Il guaio è sotto, molto sotto: una palude che inghiotte credibilità, logica e — mi si consenta — pudore.

Prendete la Serie C, che un tempo fu palestra di ardori e oggi pare un esercizio di contabilità creativa. L’Albinoleffe raduna 590 spettatori: meno di una sagra del gorgonzola, e spende 2,4 milioni di stipendi. Cinquecentonovanta anime, un condominio con la sciarpa, e bilanci da emirato. Il Lumezzane ne porta 500 e paga 2,32 milioni; la Virtus Verona 515 e sfiora il milione; l’Alcione Milano — 387 presenti, roba che il campetto del mio paese ne fa altrettanti — distribuisce 1,67 milioni.

E ancora: Pro Patria 796 spettatori e 1,86 milioni, Pineto 606 e due milioni, Giugliano mille scarsi e 2,25. Numeri che non sono cifre ma epitaffi. Qui non c’è impresa, non c’è mercato, non c’è nemmeno romanticismo: c’è un’illusione contabile che galleggia come nebbia padana su prati spelacchiati.

Uno sponsor, mi domando, cosa compra? La malinconia? La beneficenza travestita da business? Nemmeno lo sceicco più distratto investirebbe in una vetrina senza passanti. E quando la logica abdica, il sospetto — brutto ma inevitabile — si accomoda in tribuna d’onore.

Allora diciamolo, senza tremori: il modello è consunto. Serve il coraggio delle riforme vere, non dei rattoppi. Franchigie, chiamatele pure così, purché il professionismo torni impresa e il dilettantismo torni comunità. Ottanta club solidi, separati dal resto, con bilanci che parlino la lingua della realtà e non quella dei sogni indebitati.

Perché il calcio non è un presepe permanente dove tutti recitano una parte: è industria, passione e territorio insieme. Mescolare tutto ha prodotto solo un cimitero di elefanti, dove nobili decadute come la Spal smarriscono la memoria e paesi senza stadio inseguono chimere che non possono sostenere.

Se continuiamo così, il nostro football — che fu il più bello del mondo — non morirà per un rigore sbagliato o per un fuorigioco millimetrico. Morirà di aritmetica. E sarà la fine più triste: quella in cui i numeri, pazienti e implacabili, avranno fatto ciò che noi non abbiamo avuto il coraggio di fare. Rifondare.