Si dice che saranno due miliardi gli occhi puntati su Milano-Cortina. Due miliardi di sguardi: una platea planetaria davanti a un palcoscenico che non è più soltanto sportivo, ma culturale, economico, diplomatico. Una rappresentazione totale, come quelle che piacciono agli italiani quando decidono di fare sul serio.
Per la prima volta i Giochi Invernali rinunciano a un centro unico e si sparpagliano come un grande racconto corale. La cerimonia non vive solo al Meazza, ma respira anche a Cortina, Livigno, Predazzo, in Valtellina, in Val di Fiemme. Due bracieri, due cuori di fuoco: uno all’Arco della Pace, che già nel nome promette concordia; l’altro a Cortina, in piazza Dibona, dove la montagna si fa piazza e salotto del mondo.
È un’Olimpiade diffusa, come l’Italia stessa: mai una, sempre plurale. Ed è qui che si inserisce la regia di Marco Balich, che ha scelto una parola antica e difficile – armonia – per raccontare questo Paese sospeso tra città e montagna, tra industria e pascoli, tra modernità e memoria. Armonia come equilibrio precario, come esercizio quotidiano, come ideale olimpico in tempi in cui il mondo sembra aver perso il passo.
San Siro, intanto, si prepara a recitare forse il suo ultimo atto globale. Il vecchio stadio, tempio laico del calcio italiano, potrebbe salutare il mondo con questa cerimonia prima di avviarsi lentamente verso lo svuotamento, come fanno i grandi campioni quando capiscono che il tempo chiede il conto. Non è solo uno show: è una chiusura di cerchio, un passaggio di testimone tra epoche.
In tribuna ci sarà anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, custode silenzioso dei riti civili, pronto a dare il via ufficiale ai Giochi. E sul campo, o meglio sul palco, sfilerà un’umanità sterminata: più di 1.300 artisti e performer, quasi mille tecnici, una macchina imponente che racconta anche l’Italia che sa organizzare, costruire, produrre bellezza.
Il cast è un atlante emotivo: Mariah Carey che porta l’America, Bocelli e Pausini che cantano l’Italia nel mondo, Favino e Impacciatore che danno voce al nostro teatro naturale, Ghali che racconta il presente, Cecilia Bartoli che ricorda la tradizione, Lang Lang che unisce Oriente e Occidente. Un’orchestra globale per un racconto profondamente italiano.
E ci sarà anche un momento di silenzioso inchino per Giorgio Armani, scomparso di recente, stilista e architetto dell’eleganza nazionale, che più di molti politici ha saputo spiegare al mondo chi siamo senza usare parole.
La cerimonia comincerà alle 20 in punto del 6 febbraio, preceduta da un lungo avvicinamento televisivo. La Rai la offrirà in chiaro, Eurosport la porterà ovunque, perché le Olimpiadi – quando sono fatte così – non appartengono a nessuno e parlano a tutti.
Chi sarà a Milano lo sappia: niente auto, niente scorciatoie. Solo metropolitane, tram e passi condivisi, come in ogni grande rito collettivo.
E allora che si accendano le luci. San Siro è pronto. L’Italia pure. Anche se, come sempre, non lo ammetterà mai fino in fondo.

