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Stanno uccidendo lo sport dilettantistico!

Marco Tajana: “La riforma del lavoro sportivo è una delle norme che hanno contribuito ad aggravare la situazione del nostro basket”.

LEGNANO – Non è uno sfogo, è un atto d’accusa. E arriva da chi lo sport lo vive ogni giorno, tra bilanci da far quadrare e palestre da tenere accese. Marco Tajana, presidente dei Knights Legnano Basket, dottore commercialista ed ex consigliere federale, non usa mezze misure: “La riforma del lavoro sportivo è una delle norme che hanno contribuito ad aggravare la situazione del nostro basket”.

Parole che pesano, che non cercano consenso facile ma affondano in anni di analisi tecnica. E che oggi, sottolinea lo stesso Tajana, trovano conferma nei numeri ufficiali. Numeri che non riguardano solo il basket, ma l’intero sistema sportivo italiano, calcio compreso.

“Come ho sempre sostenuto dall’inizio – scrive – è stata una scelta demagogica del governo Conte che ha ulteriormente devastato il nostro mondo, già derelitto”. Il tono è duro, ma supportato, secondo il presidente biancorosso, da dati “pienamente documentati e non oppugnabili”.

Per anni, osserva, la riforma è stata raccontata come una svolta epocale, un grande successo sociale, un traguardo di civiltà. “Ci hanno inondato di retorica”, denuncia. Ma i dati del 2024 e le proiezioni per il 2025 descrivono un’altra realtà: numeri impietosi, tutele quasi inesistenti, promesse che si dissolvono davanti alla concretezza dei redditi reali. “Per la stragrande maggioranza – afferma – è stato un enorme bluff”.

Secondo Tajana, l’impianto della riforma sarebbe stato pensato principalmente per “sistemare” il mondo del calcio, lasciando però gli sport cosiddetti poveri – basket, volley, tennis – a fare i conti con problemi insostenibili. Proprio quegli sport che, sottolinea, rappresentano il vero motore educativo del Paese, il tessuto quotidiano di palestre, campetti, istruttori e volontari.

Uno degli slogan più forti era quello della “pensione per tutti”. Ma, nella pratica, la realtà è ben diversa. Per maturare un anno di contributi nel 2025, ricorda Tajana, servirà un reddito minimo di 18.555 euro. Se non si raggiunge quella soglia, non si matura un’annualità pensionistica intera. E con un’aliquota al 24%, per coprire un solo anno di contributi servono oltre 4.400 euro. Una cifra che, per molti istruttori di base, equivale all’intero compenso annuo. L’illusione si scontra con i conti.

Stesso destino per gli altri slogan: “maternità per tutti”, “malattia per tutti”. Parole che, secondo Tajana, si infrangono contro la realtà di un settore in cui quasi la metà dei collaboratori sportivi guadagna meno di 5.000 euro l’anno. Sotto quella soglia non si versano contributi. E senza contributi non ci sono tutele. Solo il 16% supera i 15.000 euro annui: per tutti gli altri, parlare di indennità diventa, nei fatti, una promessa irraggiungibile.

I numeri INPS, evidenzia il presidente dei Knights, raccontano uno squilibrio evidente: su oltre 470mila lavoratori sportivi censiti, poco più di 13mila risultano iscritti con almeno un contributo versato. E tra questi, la maggioranza appartiene alla Federazione Calcio. Per gli altri, soprattutto per chi opera nello sport di base, la riforma avrebbe significato soprattutto burocrazia, nuovi adempimenti, costi aggiuntivi. Senza una reale dignità economica.

La conclusione di Tajana è amara, quasi una sentenza: mentre il calcio trova i propri equilibri, gli sport minori arrancano, schiacciati tra Unilav, registri, obblighi e promesse non mantenute. “Alla fine, le bugie hanno le gambe corte”, scrive. E chiude con un grido che non lascia spazio a interpretazioni: è stato un disastro.

Un’accusa che non riguarda solo una norma, ma il futuro stesso dello sport dilettantistico. Perché quando le palestre chiudono e gli istruttori rinunciano, non perde solo una società: perde un’intera comunità.