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|MOTORI: Crisi internazionale e Benzina alle stelle verso i 2 euro ed oltre.
Circa il 60% del prezzo dei carburanti è composto da tasse e accise. E c’è un meccanismo quasi automatico: l’IVA è una percentuale. Più sale il prezzo della benzina, più soldi entrano nelle casse pubbliche. Senza bisogno di votare nuove leggi o firmare nuovi decreti.
MILANO – C’è una scena che milioni di italiani conoscono fin troppo bene. Sei fermo al distributore, con la mano sulla pompa, e guardi i numeri correre sul display. All’inizio non ci fai caso. Superi i 50 euro e pensi che il pieno sia quasi finito. Poi arrivano i 60. I 70. Gli 80. E ti accorgi che il contatore continua a salire come se non avesse intenzione di fermarsi.
Ieri il pieno della mia auto si è fermato a 87 euro. Tre giorni prima, con la stessa macchina e lo stesso serbatoio, erano bastati 71 euro. Sedici euro di differenza in appena tre giorni. La domanda è semplice: com’è possibile?
La spiegazione ufficiale è sempre la stessa. Da qualche parte nel mondo succede qualcosa: una crisi internazionale, una tensione militare, uno stretto di mare bloccato. E immediatamente alla pompa il prezzo schizza verso l’alto. Questa volta il motivo sarebbe legato alle tensioni in Medio Oriente e al traffico delle petroliere. Migliaia di chilometri di distanza che però, magicamente, arrivano dritti nel portafoglio degli automobilisti italiani.
Peccato che ci sia un dettaglio che spesso viene dimenticato. La benzina che finisce oggi nei serbatoi delle nostre auto non è stata prodotta ieri. Il petrolio è stato acquistato settimane prima, raffinato e stoccato nei depositi. Le scorte, come ricordano le stesse associazioni dei benzinai, possono coprire almeno trenta giorni. E allora perché i rincari arrivano in tre giorni?
Tre giorni per salire. Poi, quando i prezzi internazionali finalmente scendono, servono settimane, a volte mesi, perché il ribasso arrivi davvero alla pompa. È uno schema che si ripete da anni, quasi una legge non scritta del mercato dei carburanti: rapidissimi ad aumentare, lentissimi a diminuire.
I numeri lo raccontano meglio di qualsiasi polemica. Nel 2012 il barile di petrolio viaggiava intorno ai 112 dollari e la benzina costava circa 1,83 euro al litro. Oggi il barile è molto più basso, attorno agli 85 dollari, ma alla pompa paghiamo praticamente lo stesso prezzo. Un paradosso che associazioni dei consumatori come Assoutenti hanno già portato all’attenzione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato parlando apertamente di un fenomeno strutturale di speculazione.
Nel frattempo lo Stato osserva. E incassa. Perché circa il 60% del prezzo dei carburanti è composto da tasse e accise. E c’è un meccanismo quasi automatico: l’IVA è una percentuale. Più sale il prezzo della benzina, più soldi entrano nelle casse pubbliche. Senza bisogno di votare nuove leggi o firmare nuovi decreti.
Intanto i governi cambiano, le crisi internazionali si susseguono e la storia si ripete sempre uguale. È successo nel 2008 quando il petrolio volò a 147 dollari al barile. È successo nel 2011 con la guerra in Libia. È successo nel 2022 con il conflitto in Ucraina. E succede ancora oggi con le tensioni in Medio Oriente.
Cambiano i nomi delle crisi, cambiano le giustificazioni, ma la scena resta identica: l’automobilista fermo al distributore che guarda il contatore correre.
Forse la vera domanda, dopo cinquant’anni di questo copione, è un’altra: possibile che un Paese come l’Italia non sia ancora riuscito a ridurre davvero la propria dipendenza energetica? Rinnovabili, nucleare, stoccaggi strategici, diversificazione delle fonti. Tutti temi discussi da decenni e rimasti spesso impantanati tra burocrazia, paure e calcoli elettorali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta fermarsi a un distributore. Tenere il dito sulla pompa. E guardare i numeri girare. Sempre più veloci

