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BUSTO ARSIZIO – Nella bruma operosa della Valle Olona cala il sipario su una storia che fu, insieme, romanzo popolare e fatica dirigenziale. Patrizia Testa se ne va. Non è una voce di corridoio, né un refolo malizioso: è atto compiuto, è resa ufficiale di una decisione che sa di fine ciclo, di stagione consumata fino all’osso.
La Pro Patria perde la sua “reggente”, figura atipica nel calcio nostrano, donna di comando in un mondo che troppo spesso indulge al chiasso maschile. Le dimissioni saranno ratificate a breve dal consesso dei notabili biancoblù, ma la sostanza non muta: è finita un’epoca.
Eppure, a voler essere onesti – e Brera lo pretendeva, sempre – i conti si fanno con la memoria lunga. Dieci anni non sono una parentesi, ma un’era geologica per il calcio di provincia. La Testa prese una Pro Patria derelitta, sprofondata nei dilettanti, e la ricondusse tra i professionisti, con la caparbietà lombarda e il portafoglio aperto, ché senza quello, oggi, non si canta messa. Serie D vinta, scudetto di categoria appuntato al petto, e poi la stabilità – merce rara – in Serie C.
Ma il calcio è materia infida, capricciosa come un fiume in piena. Ti accarezza e poi ti travolge. E allora ecco la famosa “sliding door” – direbbero gli anglofili – che porta il nome di Javorcic, tecnico di idee e ardimento, forse l’uomo che avrebbe potuto issare la Pro Patria verso lidi più nobili. Da lì, invece, la china: lenta, ostinata, quasi ineluttabile.
Ci si sono messi gli inciampi della vita pubblica – la politica, con le sue incompatibilità e le sue sabbie mobili – e le scelte discutibili, come quella cessione a Sgai che ancora fa storcere il naso ai ben informati. Poi i rapporti logorati, le frizioni con l’ambiente, la stampa pungente, gli spigoli caratteriali. Tutto ha contribuito a intorbidire le acque.
Oggi il quadro è quello di una squadra smarrita, a un passo da una seconda retrocessione che avrebbe il sapore amaro della resa, con lo “Speroni” sempre più vuoto – e uno stadio vuoto, diceva il vecchio Gianni, è il segnale più impietoso – e un ambiente incattivito, da rifondare quasi dalle fondamenta.
Resta una domanda, antica quanto il gioco: quando è il momento giusto per farsi da parte? Uscire di scena all’apice è arte per pochi, quasi mai concessa. Il pallone, generoso e crudele, non distribuisce manuali d’istruzione.
Patrizia Testa ha vissuto la Pro Patria da protagonista, pagandone di tasca propria oneri e onori, come si conviene a chi si assume la responsabilità di rappresentare una comunità. Perché la Pro Patria non è solo una squadra: è un vessillo di Busto Arsizio, città operosa e orgogliosa, talvolta scontrosa, spesso esigente oltre misura.
Ora resta il tempo, giudice severo e incorruttibile. Sarà lui a dire quanto pesò davvero questo decennio, quanto autentico fu l’amore e quanto inevitabile il suo logorarsi. Nel frattempo, a Busto, si chiude una porta. E, come sempre nel calcio, se ne attende un’altra, sperando che non sia solo l’ennesimo giro a vuoto.

