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Varese e lo stadio fantasma!

I tifosi contestano il sindaco

VARESE – Per un lampo, il lenzuolo parlante ha fatto ciò che la politica non fa più: ha detto la verità, magari in vernacolo, magari con un “c…” tronco ma chiarissimo. «Febbraio è il mese dello stadio: come sempre parli per un c…». Un endecasillabo da curva, più efficace di cento conferenze stampa in doppiopetto.

Fuori dal vecchio “Franco Ossola”, prima che Varese e Vado dessero di pedale e polmone, i tifosi hanno appeso il loro referto. Destinatario? In teoria doppio, come certe marcature a uomo: il sindaco Davide Galimberti e il patron Antonio Rosati. In pratica, a sentire i cori che salivano dagli spalti come fumo acre, il bersaglio aveva domicilio a Palazzo Estense. Lo striscione è durato meno di un contropiede ben riuscito: rimosso in fretta, come si fa con le verità scomode. Ma il malumore non si arrotola e non si porta via.

La faccenda è arcinota, e proprio per questo più urticante. Il progetto “Aurora” – nome da operetta edilizia – fu presentato due anni e mezzo fa, tra render lucidi e promesse in technicolor. Lo scorso agosto è arrivato l’ok dei tecnici comunali. Poi? Poi il nulla amministrativo, l’attesa della Giunta, il calendario senza crocette. Le tempistiche sono diventate un mistero degno di una retrocessione a tavolino.

La tifoseria è stufa delle chiacchiere da salotto buono. Vuole ruspe, non parole. Vuole date, non aggettivi. Perché il calcio, a Varese, non è un hobby domenicale: è memoria popolare, è sudore antico, è identità che non si sposta con un comunicato stampa.

Stefania Bardelli, che rivendica d’essere cresciuta giornalisticamente all’ombra dell’Ossola, parla di presa in giro. E qui la polemica non è di tifo ma di dignità: non si può annunciare il “mese decisivo” con la stessa leggerezza con cui si cambia modulo al 70’. Il rispetto non è un optional da campagna elettorale.

Franco Formato, dall’opposizione, chiede cronoprogrammi e delibere. Parole meno colorite, ma il succo è lo stesso: una città non vive di conferenze stampa, vive di atti. E se il progetto è strategico – come si proclama a ogni microfono – allora non può restare sospeso come un pallone che nessuno ha il coraggio di colpire.

Qui non si tratta solo di calcio, ma di credibilità. Perché ogni rinvio è un dribbling su se stessi. Ogni silenzio è un autogol istituzionale.

Il lenzuolo è stato tolto, ma il messaggio resta inciso come una scritta sul cemento delle gradinate: Varese non vuole più il mese decisivo. Vuole il giorno della firma. E magari, una buona volta, l’alba vera dopo tante aurore annunciate.