Matera nelle visioni di Giuseppe Cozzi

Matera nelle visioni di Giuseppe Cozzi

20/11/19

: - Inizio ore 21.00

Attenzione l'evento è già trascorso

LEGNANO – Mercoledì 20 novembre, alle ore 21, Giuseppe Cozzi dialoga con Pino Landonio, presidente dell’associazione Cultura dei Sogni e il giornalista Luigi Marinoni.

Il fotografo legnanese Giuseppe Cozzi espone le sue opere presso la libreria Nuova Terra di Legnano in via Giolitti 14 dal 20 novembre al 31 dicembre negli orari di apertura.

Matera, città antica e luogo dell’anima, candore di pietre vissute, abbandonate e ritrovate, coi suoi Sassi che nel 1993 l’Unesco dichiarava Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
La Matera imprescindibile di Carlo Levi, che così ne parlava nel suo “Cristo si è fermato a Eboli“, scritto negli ultimi anni della guerra e pubblicato nel 1945: «Arrivai a Matera verso le undici del mattino. Avevo letto nella guida che è una città pittoresca, che merita di essere visitata, che c’è un museo di arte antica e delle curiose abitazioni trogloditiche. Ma quando uscii dalla stazione, un edificio moderno e piuttosto lussuoso, e mi guardai attorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Allontanatomi ancora un poco dalla stazione, arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio c’era Matera

E ancora: «Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un’aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore. La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S. Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante. E cominciai anche io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l’inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto. Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali.»

Parole che hanno sicuramente colpito Giuseppe Cozzi che, uso a focalizzare il suo obiettivo verso visi e persone, paesaggi e nature, ha cercato qui le stesse emozioni nel volto di una città che ha saputo emanciparsi lungo una strada da lui amata e percorsa con passione: la via della cultura di cui Matera è Capitale Europea per il 2019.

La luce del giorno e quella della notte, un’umanità percepita nella sua assenza. Una città solo apparentemente immobile nel tempo, più volte mutata nei suoi percorsi abitativi: infossata tra le gravine, ammantata di chiese e circondata da templi ancora più vecchi, scavati nella roccia trasudano i colori di antiche icone.

Una rupe che Giuseppe affronta con avvincente stupore, cogliendo il riscatto delle genti che vi sono passate: dagli abituri condivisi con gli armenti alla supposta modernità di un turismo d’eccellenza. Trasformazioni che portano al meglio solo se improntate al ricordo di quel che è stato, perché conoscere quel tempo è indispensabile a chi desideri interpretare il presente e quel che verrà. Ed è questo il fil rouge che unisce il bianco della città di pietra alla scrittura altrettanto solida e concreta di Carlo Levi, non a caso scelto come compagno di viaggio in questa nuova avventura del fotografo legnanese.

Giuseppe Cozzi (Milano 1957)

Appassionato da sempre di fotografia e abituale frequentatore di quella in bianco e nero, allestisce la sua prima mostra in Valganna (Va) nel 2010. Da allora, condivide la sua passione attraverso lo spazio virtuale del web e quello fisico delle sedi nelle quali ha avuto l’occasione e il piacere di mostrare i suoi lavori: Legnano, Castellanza, Mantova, Venezia, Busto Arsizio, Castellazzo di Bollate, Varese, Arles, Grenoble, Canegrate.

Dal sodalizio con l’Afi (l’Archivio Fotografico Italiano), nascono le occasioni espositive nell’ambito del Festival Fotografico Europeo (2016-17) e anche la partecipazione ad alcuni libri di fotografia legati al territorio lombardo e non solo (Legnano – la città, gli sguardi, la luce e Valli Varesine – volti dell’agricoltura, armonia del paesaggio, entrambi del 2015). Nel libro Il Bel Paese. Luoghi e genti d’Italia, fotografie, fa sua la volontà di valorizzare, oltre le bellezze delle isole, il lungo racconto del soccorso e dell’accoglienza di quelle terre di confine.

Per il volume Europa. Geografie umane, geometrie urbane, l’occhio del documentarista immortala, con una serie di vedute dall’alto, una Budapest vivace e dinamica, volto orientale della costruzione europea. Dalla collaborazione con l’amico e scrittore Pino Landonio prendono forma due dei suoi lavori più recenti (2019): gli scatti per un progetto sui monumenti celebrativi all’aperto di Milano, già ospitato sulle pagine del Corriere della Sera, e le foto per il libro Rott’amati – virtù e limiti della vecchiaia, un percorso per parole e immagini attraverso l’ultima stagione della vita. Nel mese di novembre 2019 esce, per i tipi delle edizioni La Mano di Legnano, Ul pedàgn su‘na cardèga, raccolta di poesie della canegratese Annunciata Colombo con sue foto in copertina e a corredo dei versi.

Matera nelle visioni di Giuseppe Cozzi

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